Una stella universalmente riconosciuta, un campione leggendario che ha fatto innamorare una generazione, spingendo i bambini ad innamorarsi del basket solamente ammirandolo.

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Kobe Bryant è stato questo e altro, una padre e marito amorevole per la sua famiglia, un uomo spogliatoio difficile da sostituire. Un fenomeno a tutto tondo, esploso negli Stati Uniti ma cresciuto in Italia, girata in lungo e in largo insieme al padre Joe. Indimenticabili gli anni trascorsi a Reggio Calabria quando, all’età di 9 anni, il piccolo Kobe guardava il padre trascinare la Viola. Lui si sedeva a bordo campo e, ogni volta che una palla passava vicino a lui, la prendeva e la indirizzava a canestro, senza la benché minima fatica. Una macchina perfetta, capace di lasciare a bocca aperta i giocatori in campo. Con i coetanei poi era davvero inarrestabile, basti pensare ad un match giocato nel mitico Scatolone di Palmi.

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La squadra di casa affrontava in un match giovanile la Viola di uno splendido Kobe Bryant. Movenze incantevoli, precisione nei passaggi e infallibile al tiro. “Ma come si ferma?” si domandavano molti. “Bisogna menargli?” la risposta più ricorrente. Alla sirena complimenti e abbracci da parte di tutti, ignari che quel ragazzino davanti a loro sarebbe diventato una stella della NBA, conquistando due Olimpiadi e 5 Anelli. Una storia adesso trasformatasi in tragedia per colpa di un destino beffardo, che ha colpito non solo l’America ma anche la Calabria, che ha avuto la fortuna di vedere crescere uno dei campioni più leggendari della storia del basket mondiale.

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