Foto Marco Alpozzi - LaPresse

Il 12 agosto sarà una data che Domenico Pozzovivo non dimenticherà più, il giorno in cui ha visto la morte in faccia, volando letteralmente sotto una macchina.

Attimi terribili, in cui il corridore lucano ha pensato davvero di morire, come accaduto sette giorni prima a Lambrecht al Giro di Polonia. Adesso però ecco la luce in fondo al tunnel, un contratto con la Ntt (ex Dimension Data) e il 2020 da vivere da protagonista, facendo da chioccia ai compagni più giovani. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Pozzovivo ha raccontato la sua storia: “per la dinamica dell’accaduto mi sento un sopravvissuto, un miracolato. L’immagine che avevo di me stesso era molto simile a quella di Lambrecht (morto pochi giorni prima al Giro di Polonia). Ero in gara con lui e avevo visto il suo incidente molto da vicino. E ne avevo sentito il gemito, quando ero passato. Io sono volato sotto una macchina e siccome ero cosciente ho temuto di avere le stesse conseguenze a causa del trauma. Una emorragia interna, e salutare questo mondo. Avevo paura. Poi si è arrestata spontaneamente“.

Un incidente serio che si aggiunge a quelli del 2015 e del 2015 al Giro: “di quest’ultimo non ricordo nulla, quindi per me è come se non fosse mai successo. Sullo Stelvio invece avevo temuto per la carriera, a causa della rottura di tibia e perone. Non per la vita. Ad agosto per un minuto non ho respirato, buttavo solo fuori aria senza incamerarla. Un insegnamento? Si passano periodi di sconforto, di nausea del mestiere. Di lamento dell’esistenza che conduci. Poi stai un mese a letto, 50 giorni sulla sedia a rotelle, dividi la stanza con chi sta peggio di te e relativizzi tutto. Pensi di più alle cose normali, e che la vita che fai è stupenda. Dai valore al fatto che ti asciughi i capelli da solo o che riesci a tagliarti una bistecca“.

Fabio Ferrari/LaPresse

Un incidente che non ha tolto a Pozzovivo la voglia di andare avanti: “nell’ultimo caso è stata una fatalità, la macchina mi ha ‘impattato’ nella mia corsia. Sarebbe potuto accadere anche se fossi stato a piedi, o in auto. Io in bici continuerò ad andare anche quando smetterò di correre, e rischierò ancora. In tema di sicurezza, ho letto l’intervista di Vittoria Bussi sulla Gazzetta e ha detto cose sacrosante. Manca educazione stradale, noi ciclisti siamo visti come abusivi sulla strada“.

Un recupero immediato quello di Pozzovivo, che il corridore ha raccontato senza remore: “dopo il primo ‘screening’ l’emoglobina era a 15 e con l’ultimo intervento era scesa a 7. Fratture esposte a ulna, gomito e omero sinistri; a destra, terzo metacarpo della mano, tibia e perone, sempre esposte. Faticavo a mettermi in posizione eretta sul letto, ma la resilienza del mio fisico mi ha sorpreso ancora una volta. Ho seguito delle tabelle che se le avessi condivise con i medici mi avrebbero dato del pazzo. Ho ancora 4 placche tra avambraccio e omero, più una quantità di viti che non saprei stabilire. Per smontare tutto il ‘castello’ serviranno due anni“.

Marco Alpozzi/LaPresse

Adesso c’è la sfida con la NTT da vincere, dopo due anni alla Bahrain con Nibali: “la sfida era quella di tornare a correre e bisognava trovare qualcuno che l’accettasse. Nel team ci sono buoni giovani ma serviva gente d’esperienza e affidabilità per i grandi giri. Io capisco di non poter dare garanzie al 100 per cento. Ma il punto è che so di poter tornare il Domenico Pozzovivo di prima. Sì, ce la farò”.