Mario Balotelli
Claudio Martinelli/LaPresse

Il razzismo nel calcio italiano esiste, basta far finta di niente. Balotelli l’ultima vittima: il modello NBA mostra la via per debellare un problema che nel 2019 deve essere imbarazzante

Mario Balotelli si assume il diritto di fermare una partita, prendere la palla in mano e scagliarla verso i tifosi del Verona con ampi gesti polemici. E no, questa volta non è una bravata di ‘Supermario’, ma un gesto da applausi.

Balotelli
Claudio Grassi/LaPresse

Il calcio italiano torna a fare i conti con il razzismo che insudicia ancora una volta la cronaca sportiva. Il lunedì vorremmo parlare di gol, di decisioni dubbie del Var, di quale miracolo abbia bisogno il Milan per risollevarsi, ma siamo costretti a spostare l’attenzione sui cori razzisti. Sapete perché? Perchè il calcio italiano è razzista, diciamolo apertamente. Ammettere che esista un problema è un primo, grande, passo per risolverlo. Nasconderlo è inutile, com’è inutile dire di ‘non fare di tutta l’erba un fascio’: è ovvio che non tutti i tifosi siano razzisti, ma è anche palese che se viene fuori un caso per ogni giornata di Serie A il problema esiste e va denunciato.

Koulibaly
Marco BERTORELLO / AFP

Dunque bravo Balotelli, il suo gesto è stato fondamentale, come quello di Koulibaly in Inter-Napoli, due episodi che verranno ricordati a differenza degli altri accaduti quest’anno. Li ricordate i più eclatanti? Forse no: insulti razzisti rivolti verso Pjanic a Brescia (curva chiusa per un turno, pena poi sospesa dalla condizionale); episodio Dalbert a Bergamo (10.000 di multa all’Atalanta); ululati razzisti verso Lukaku a Cagliari (giudicati inesistenti). Vicende che hanno in comune una minimizzazione della gravità del problema e l’applicazione di una pena ridicola. Un applauso va fatto alla Roma per il caso Juan Jesus, risolto internamente con un daspo a vita al tifoso che lo aveva insultato sui social.

balotelli
Claudio Martinelli/LaPresse

Il razzismo, che nel 2019 dovrebbe essere motivo di imbarazzo e vergogna, nel calcio italiano viene fatto passare in secondo piano, negato, quasi protetto da un velo di omertà. Il caso di Verona ne è l’esempio: i cori non ci sono stati; li ha sentiti solo Balotelli; erano pochi; erano goliardici. Dichiarazioni attribuibili al presidente Setti, all’allenatore Juric (l’unico che forse, visti i ‘croato di merda’ che si è preso in carriera, non ha realmente sentito nulla per una questione di ‘lontananza’), al capo ultras del Verona che nel day after si permette di dire che neGro non è un insulto e che Balotelli ha la cittadinanza italiana ma non sarà mai italiano.

LeBron James
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Dagli Stati Uniti si può trarre una lezione preziosa. Negli USA il razzismo non è ‘goliardia’, spot pubblicitari e appelli estemporanei. La lotta al razzismo fa parte della storia dell’America e con essa la schiavitù e le battaglie per i diritti degli afro-americani, non solo passate ma anche presenti. Lo sport gioca un ruolo di primo piano: atleti come Colin Kaepernick si inginocchiano per protestare durante l’inno nazionale; leggende come Serena Williams o LeBron James non perdono occasione di esporsi dal vivo e sui social per sensibilizzare sulla questione, mettendosi in gioco senza secondi fini, risultando spesso scomodi e ‘impopolari’.

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L’NBA in particolare fa scuola. La lega di basket americana ha sempre difeso la propria multiculturalità e l’espressione della libertà dei propri tesserati punendo severamente ogni caso di razzismo. Due sono gli esempi più eclatanti. Il primo risale al 2014, è il caso che ha coinvolto l’ex patron dei Clippers, Donald Sterling, che in una registrazione ha dichiarato di non volere afro-americani alle partite della sua squadra. Dopo le proteste degli stessi giocatori, nel giro di 4 giorni Sterling è stato espulso a vita dalla lega, radiato dai palazzetti NBA e multato per 2.5 milioni di dollari. Episodio che lo ha portato a cedere la squadra. Il secondo caso riguarda Shane Keisel, ex tifoso Utah che ha urlato a Russell Westbrook “inginocchiati come sei abituato a fare”. In 24 ore i Jazz lo hanno identificato, bandito a vita dal palazzetto e si sono scusati pubblicamente con un comunicato ed una serie di iniziative promosse dalla dirigenza che hanno coinvolto giocatori e tifosi.

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Il problema va risolto secondo il modello USA: pene severe, nessuna seconda possibilità e condanna unanime da ogni parte chiamata in causa. I giocatori, vista la loro forza mediatica devono esporsi pubblicamente, senza che qualcuno lo obblighi e senza andare a caccia di like facili; le società devono radiare a vita i soggetti razzisti, anche a costo di perdere metà delle proprie tifoserie e condannare all’unanimità ogni gesto, sia che venga fatto da una sola persona sia che venga fatto da tutta la curva; i vertici del calcio italiano devono punire severamente i colpevoli, non con multe ridicole e chiusure dei settori per una o due gare; infine gli stessi tifosi, quelli che animano gli stadi con il tifo bello, colorato e rispettoso, devono buttare fuori a calci i soggetti che macchiano la loro cultura pacifica e mettono a rischio il loro stesso ambiente. Il razzista è un criminale e non ha posto nel calcio come nella società.