Chiellini
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Il capitano della Juventus ha analizzato tanti temi, sottolineando come chiuderà la sua carriera tra un paio di stagioni

L’infortunio continua a tenerlo fuori causa, il suo rientro in campo è previsto intorno a febbraio-marzo, ma intanto Giorgio Chiellini non smette di lavorare per farsi trovare pronto in vista dell’importante finale di stagione.

roberto mancini
Massimo Paolone/LaPresse

C’è una Champions da provare a vincere e un Europeo da vivere da protagonista, obiettivi importanti per il capitano della Juventus, che si è raccontato in esclusiva ai microfoni della Gazzetta dello Sport: “torno con l’anno nuovo, sicuro. Febbraio, marzo… dipende. Quando si parla di un infortunio così serio si fanno delle stime perché si va su una media di recupero fisiologica. In qualche misura sono stato fortunato, perché a 35 anni conosci bene il tuo corpo e hai la maturità per capire e accettare una sfida della vita. Me ne sono reso conto la sera dell’incidente, ho capito subito che era una cosa seria, che ci sarebbe voluto tempo e volontà. Europei? Ci sarò, se non succede niente, anzi arrivo bello fresco. Mancini mi ha chiamato la sera in cui mi sono fatto male e gli ho detto: ‘Mister torno in primavera, faccio un po’ di rodaggio perché così arriva giugno che sono fresco come una rosa, tanto sarà la mia ultima manifestazione’. Arrivare da capitano della Juve, della Nazionale, con 500 partite in bianconero e 100 in Nazionale, ti dà una serenità diversa. Mi piacerebbe godermi questo Europeo come mi sto godendo questi ultimi, stupendi, anni da calciatore“.

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Niente ruolo da allenatore per Chiellini, meglio fare il dirigente: “giocherò un paio d’anni, non di più. Poi mi piacerebbe fare una carriera dirigenziale. Con grande calma perché penso che l’errore più grande di noi calciatori, finita la carriera, è pensare di essere subito pronti. Mettere una squadra in campo e allenarla mezz’ora è bello, per tutti. Il distacco dal campo non è semplice, ma la vita di un allenatore non mi fa impazzire. Ormai non basta più un buon schema tattico, i tecnici devono essere sempre più psicologi e leader motivazionali. Sono gestori come può esserlo un amministratore di un’azienda che deve gestire almeno 50 o 60 persone. È una vita totalizzante: devi avere la vocazione, sicuramente. E poi accettare pressione e sacrifici di ogni genere. Non è un tipo di responsabilità che adesso mi sento dentro. La Juve? Qui c’è sempre una società che è tutti i giorni con noi per aiutarci in quello che dobbiamo fare al meglio, non dandoci altre preoccupazioni. Qui si lavora tanto, però non ti viene fatto mancare niente.

maurizio sarri
AFP/LaPresse

Sulle differenze tra Allegri e Sarri: “il mister vive molto di numeri, schemi, Sarri va molto sul tecnico, sempre. È competente e dedicato. Poi cerca anche di stimolare, ma la parte preponderante è sempre un’analisi scientifica di tutto. Numeri, dati. Max più si avvicina la gara più tende a trasmettere pure sensazioni. Le basi te le ha già date, qualcosa ti dice su quelle due o tre situazioni, non ti dà tante informazioni numeriche ma cerca di stimolare un po’ più le altre cose. Come ho detto prima non c’è un approccio migliore o peggiore. L’empatia che si deve creare fra l’allenatore e la squadra per mettere in pratica quello che vuole lui è la risorsa fondamentale. La cosa in comune tra Sarri e Allegri è che ambedue vogliono vincere. Il modo di arrivarci è diverso, ma non ne esiste uno migliore e uno peggiore. Secondo me la Juve vincerà se riuscirà a prendere il meglio di entrambi. Due grandi allenatori“.

Cristiano Ronaldo
Marco Alpozzi/LaPresse

Non manca poi una battuta su Ronaldo: “non potrà mai prendersela di lusso, per come è fatto. È uno che ha degli obiettivi quotidiani troppo importanti, tutto quello che fa lo fa con estrema attenzione e misura. Per me è stato bello viverlo a un’età così matura perché anche a 34 anni, quando è arrivato lui, c’era in me la voglia di carpire qualcosa. E lui è uno che ti dà tanta preparazione, cioè in certe partite lo vedi che è diverso dagli altri. Non c’è niente di male a dirlo perché prima di tutto è una multinazionale vivente. E quindi la cosa che bisogna essere bravi a fare è farlo sentire nella squadra, nonostante sia una ‘iena’ tra virgolette. Ho trovato una persona che ha vissuto questa avventura con grande voglia di dimostrare. Alla fine i suoi interessi sono i nostri interessi, collimano perché lui è un vincente”.

Dybala
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E su Dybala: “Paulo è una persona molto silenziosa, un ragazzo d’oro che abbiamo visto crescere con noi. Paulo è uno che non parla tanto, ma alla fine fa, e lo dimostra in campo. L’anno scorso è stata etichettata come una stagione brutta di Dybala. Ma dipende da cosa gli si chiede. Se gioca prima punta fa anche 20 gol, ma se fa il centrocampista segna 5 gol e non c’è niente di male. Fa giocare la squadra, è importante anche in tanti altri ambiti. Secondo me Paulo continua a crescere, è un giocatore di livello internazionale. Lo ha dimostrato anche martedì. Anche lui è voluto rimanere qua. Ha avuto l’occasione di andare via ma è uno che ci tiene a fare il salto di qualità qui, è uno che ha portato la fascia di capitano con onore, perché l’ha meritato. Io non sarei proprio così sorpreso se Paulo facesse quello che hanno fatto Trezeguet, Camoranesi, Nedved, cioè un percorso importante nella storia della Juventus“.