Automobilismo: due palermitani al Mongol Rally, oltre 11 mila km in tre settimane (2)

(AdnKronos) – Partiamo dall’auto. Una Seta Ibiza. Il regolamento del rally prevede che l’auto non debba superare la cilindrata mille e deve avere almeno 10 anni. “E poi c’era tutta la parte burocratica da definire – racconta Tommy Mazzara – E’ stato un viaggio low cost, abbiamo usato materiale di recupero e ci siamo fatti aiutare da alcuni volontari”. “L’iudea del rally è di arrivare ovviamente fino in fondo – racconta Marco Miceli – l’unica regola, per potere essere considerato valido, è arrivare entro 30 giorno all’arrivo del primo team”.
Ma quali Stati e regioni hanno percorsi i componenti di Unni City? Romania, Bulgaria, Turchia, Anatolia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, fino a Samarcanda. “In Uzbekistan le strade sono disastrate – dicono – e già lì abbiamo avuto problemi con la macchina, abbiamo avuto un problema con l’ammortizzatore”. Un guasto riparato artigianalmente “e questo ci ha consentito di potere andare avanti, e affrontare la sfida del Pamir, cioè 720 km di strade di montagna”. Qui riceviamo un sms allarmante: ‘benvenuti in Afganistan”, ricorda Marco. “La sfida più dura di tutte è stata percorrere quelle strade di montagne- raccontano i due giovani – e la macchina si è distrutta. Quando abbiamo iniziato a scendere il Pamir avevamo deciso che non potevamo andare avanti. Il volante si stava staccando e le vibrazioni erano ormai ingestibili. Da qui siamo arrivati a Osh, in Kirghistan, dove abbiamo lasciato l’auto a una persone che si sta occupoando dello smaltimento della carcassa”.
Non sono mancati gli intoppi, come in ogni avventura che si rispetti. “Il nostro visto per l’Iran era regolare ma abbiamo scoperto che mancava il ‘carnet de passage’. E tornare indietro era molto pericoloso, al confine con la Siria”, raccontano. “Siamo stati fermati dai soldati prima di entrare in Iran, in Turchia, al confine con l’Iran- aggiungono – Siamo stati fermati dalla dogana iraniana e tornare indietro la notte da quella dogana era troppo pericoloso. Gli stessi militari ci hanno sconigliato di andare, e abbiamo dormito in dogana”. Il loro ‘lasciapassare’ era un ragazzo curdo, che ha fatto con loro quasi 2.000 km. Si chiamava Payman.