Milano, 24 lug. (AdnKronos) – Giampiero Pesenti, scomparso all’età di 88 anni, da un lato “rappresenta gli industriali ‘per bene’ di un tempo, legati non alla finanziarizzazione dell’economia, ma che credevano ancora nell’economia industriale”. Dall’altro, “impersonifica la decadenza stessa di quell’industria”, alla luce della storia di Italcementi, venduta nel 2015 dopo 150 anni di storia ‘italiana’ alla tedesca Heidelberg Cement. A tracciarne questo ritratto è l’economista Giulio Sapelli, 72 anni, a lungo professore di Storia economica all’Università Statale di Milano. “Non l’ho mai conosciuto di persona – precisa in un’intervista all’Adnkronos – e ricordo molto bene il papà Carlo”, di cui Giampiero raccolse l’eredità, sapendo rilanciare il gruppo del cemento.
“E’ stato un uomo che ha avuto un peso rilevante nell’industria italiana e così nella finanza”. I Pesenti sono stati “uno di quei satelliti che gravitavano attorno al sole Mediobanca”, che all’epoca di Enrico Cuccia contribuì alla crescita, anche per acquisizioni, del gruppo bergamasco. “Tra l’altro, fu una delle imprese più all’avanguardia nella razionalizzazione dei processi produttivi”. Quella di Giampiero fu una delle famiglie della borghesia imprenditoriale novecentesca che, ammette Sapelli, oggi esiste sempre meno in Italia.
L’economista, in questa vicenda della vendita, al pari di quanto accaduto a Versace o a Candy, vede “l’incapacità del capitalismo non interamente fondato sugli shareholder o sul mercato, ma di quello fondato sul sangue, sulla consanguineità, di fare dei patti di successione, che è poi spesso anche saper delegare ai manager, quando serve”.