(AdnKronos) – Così anche dopo le bombe, in quei 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella in via D’Amelio, i fratelli Traina cercarono una ‘forzata normalità’. “Tutte le domeniche andavamo a trovare nostra madre. Ci riunivamo a casa sua, con i nipotini. Un modo per stare insieme e farle compagnia”. Anche quel 19 luglio avrebbe dovuto essere così. “Qualche giorno prima avevamo programmato di andare a pescare – racconta Luciano Traina -. Così quella mattina siamo usciti insieme in barca, dopo un paio d’ore Claudio mi disse che saremmo dovuti rientrare prima perché era di turno. Lo aveva saputo la sera precedente, doveva sostituire un collega che non stava bene. Mi arrabbiai un po’, gli dissi ‘Me lo potevi dire prima, non valeva la pena di uscire in barca’. E lui con il sorriso mi rispose ‘Volevo stare un po’ insieme a te. Volevo un po’ di tranquillità'”.
Amava il mare Claudio. Sul molo l’ultima raccomandazione al fratello. “Mi raccomando: vai a prendere mia moglie e il bambino. Ci vediamo tutti da mamma stasera”. Quella sera Luciano riunì la famiglia. Come tutte le domeniche, “ma Claudio non c’era più…”. Il racconto dei minuti immediatamente successivi alla strage è lucido. Dettagliato. “Mia madre stirava e guardava la tv quando l’edizione straordinaria del tg diede l’annuncio della bomba e della morte di un giudice. Mi chiamò al telefono proprio mentre io e mia moglie stavamo uscendo per andare a prendere mia cognata e raggiungerla. ‘Cosa è successo a Claudio?’, mi disse agitatissima. Nessuno di noi sapeva che Claudio fosse di scorta a Borsellino”.