LaPresse Torino/Archivio storico

Marina e Faustino ricordano papà Fausto: i pensieri dei figli di Coppi alla vigilia dell’omaggio del Giro d’Italia 2019 nella tappa Cuneo-Pinerolo

La mia mamma era una donna semplice“, dice Marina. “La mia mamma non era la dama bianca, era una donna e basta“, dice Faustino. Marina e Faustino sono i figli di Fausto Coppi indimenticato campione del ciclismo italiano e domani il Giro d’Italia, nella Cuneo-Pinerolo, farà un omaggio all’impresa del Campionissimo al Giro 1949. Marina è la figlia di Fausto e Bruna, Faustino di Fausto e Giulia. I due figli, dopo anni divisi, uniscono i ricordi. La casa di Marina Coppi, maestra in pensione, è avvolta dalla penombra. La signora siede su un divano e si tormenta le mani. “A volte mi pare di ricordare tutto, altre volte niente. Ho passato la vita cercando mio padre, la sua verità intendo, oltre le fotografie e la leggenda, più in là dei filmati e dei racconti. Abitavamo a Sestri Ponente vicino ai nonni, io lo accompagnavo tenendo in tasca un foglietto e una penna, sempre pronta per gli autografi che la gente gli chiedeva. Mi portava allo stadio di Marassi, papà amava il calcio, io me ne stavo buona in tribuna con i miei giocattoli, la schiena rivolta al campo, della partita non m’importava niente“, spiega in una intervista doppia a ‘La Repubblica’. “Perché se ti chiami Coppi devi essere all’altezza“. Fausto morì che Marina aveva 12 anni, “al funerale non mi portarono, avevo la febbre alta. Il papà se n’era andato di casa cinque anni prima, al processo per adulterio fecero testimoniare persino la bambina, era quello il nostro medioevo.

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Nella strada che si perde verso la campagna c’è la grande villa di Fausto e Giulia. Faustino e la sua famiglia abitano ancora lì. “Sono le mie radici, non potrei in alcun modo abbandonare questa casa“. È una specie di mausoleo con i trofei, la bicicletta e gli oggetti quotidiani del più grande campione che l’Italia abbia mai avuto. “Ho passato la vita a guardare il volto di mio padre nelle fotografie e nei quadri, ascoltando le parole di chi l’aveva conosciuto. Il mio sogno, avere più ricordi diretti. Quando papà è morto avevo solo quattro anni e mezzo, però è lui il mio primo ricordo in assoluto: lo stanno trasportando all’ospedale in barella, è qui davanti alla porta di casa, coperto dal lenzuolo bianco. Mi dice “papo, fai il bravo, ubbidisci alla mamma, poi più niente e io non capisco“, ha continuato Faustino. “Aveva il terrore che mi portassero via perché non erano sposati. Ho potuto chiamarmi Coppi solo nel 1978 dal momento che il primo marito di mia madre, il dottor Enrico Locatelli, non mi disconobbe mai“. “Soffrirono le pene dell’inferno per essere trattati come due fuorilegge, con l’unica colpa di essersi incontrati e voluti bene“. Faustino giura di non essersi mai sentito stretto in questo cognome immane: “Ho solo cercato, nel mio piccolo, di non far fare brutta figura a papà“.(Red-Spr/AdnKronos)

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