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Stefano Maniscalco ha concesso un’intervista a SportFair nella quale ha parlato del karate come filosofia di vita e sportiva, volgendo poi lo sguardo al sogno olimpico

Il palermitano Stefano Maniscalco, atleta professionista delle Fiamme Gialle e componente della nazionale italiana di karate, è stato tre volte vincitore dei giochi del Mediterraneo, tre volte campione del mondo,  cinque volte campione europeo e diciassette volte campione italiano. Nel giorno degli esami di passaggio di cintura degli allievi di Sergio Maniscalco, padre del campione, che si sono tenuti giorno 14/06 presso l’International Paladance a Villabate (PA), Stefano dopo aver assistito agli esami e dato qualche consiglio ai giovani atleti, ci ha parlato del suo modo di vivere il karate e di una possibile conquista del Giochi Olimpici di Tokyo 2020.

Come e quando è nata la tua passione per questo sport?

Nel lontano 1992 ho iniziato la pratica del Karate. Ma la passione nasce prima poiché mio padre, essendo un maestro sia di judo che di karate, ha sempre convogliato tutti i ragazzi a praticare questa disciplina. Mi sono innamorato di quest’arte guardando i film di Jean Claude Van Damme, un grandissimo atleta/attore; da lì ho deciso di intraprendere questa disciplina. Sono sempre stato un grande appassionato di sport, ho giocato a calcio, poi mi sono reso conto che invece di dare calci al pallone mi piaceva darli in testa -ride-.

Quel é stata la tua prima vittoria importante?

Ogni vittoria è importante, soprattutto la prima che potrebbe essere un campionato provinciale, ma probabilmente la mia prima grande vittoria è stata nel 2001; avevo appena 18 anni, sono stato il più giovane campione italiano assoluto, vincere a Palermo è stato ancora più bello. Poi ho vinto il campionato europeo U21. Queste sono state le mie due prime vittorie  importanti.

Nel corso della tua vita agonistica, il karate, cosa ti  ha insegnato?

Diceva sempre il mio maestro Fujioka, venuto a mancare lo scorso anno, che “il karate è vita”.  Io vivo con il karate e per il karate. La sua pratica non si esaurisce solo quando ti trovi sul tatami (la piattaforma su cui si svolgono gli allenamenti, ndr), il karate investe tutto quello che fai. Questo sport mi ha insegnato a combattere, a non arrendermi mai, l’autocontrollo, ragionare prima di fare qualcosa, a ponderare le cose e a… respirare, cosa che quasi nessuno fa correttamente.

Kumitè e Katà, due specialità diverse di questa disciplina, tu sei specializzato nel combattimento, ma qual è la differenza tra le due parti del karate?

Io quando ero piccolino facevo anche katà, sono stato campione regionale, però crescendo mi sono specializzato nel kumitè. La differenza sostanziale è che i katà sono un insieme di tecniche codificate, si combatte con un avversario immaginario, sono tutte tecniche che bisogna rendere sempre in forme pulite per far sì che l’arbitro, in gara, possa giudicati. Il kumitè invece è il combattimento libero con un avversario, una serie di emozioni che senti quando combatti con un’altra persona. Il katà ti insegna l’equilibrio, a stare tranquillo ed essere concentrato; mentre il Kumitè  ti insegna l’autocontrollo, a gestire le emozioni e l’impero naturale del combattimento.

Ai giovani che si avventurano in questo sport, quale consiglio daresti?

Di iniziare a intraprendere quest’arte nel migliore dei modi. Il karate è sia un lavoro fisico che psicologico. Ma il mio consiglio principale è di andare in una palestra affiliata Filjkam, così da trovare dei maestri testati dalla federazione in modo da avere maestri anche di vita che ti portano a fare bene. I giovani che fanno karate, oltre al rispetto del dojo (luogo dove si effettuano gli allenamenti delle arti marziali) e il rispetto dell’avversario, devono portare rispetto al proprio sensei (maestro).

Quali sono le tecniche che preferisci usare in combattimento durante una gara?

Sono sempre stato abituato ad allenarmi su tutto fin da piccolo, da quando mio padre mi allenava. Le mie tecniche preferite sono sempre stati i calci, ho sempre dato calci in testa in tutto il mondo ma, oltre i calci, mi sono sempre piaciute le proiezioni; nonostante io sia uno dei più piccoli pesi massimi, da una distanza corta riesco a  proiettare il mio avversario. Quando combatto sono come l’acqua, molto fluido, cerco di adattarmi al combattimento. Diceva Bruce Lee “be water my friend” – “sii acqua amico mio”.

Tokyo 2020 è sempre più vicino. Le Olimpiadi avranno per la prima volta il karate come sport ufficiale, sarai presente? Se si, come pensi di affrontarle e cosa ti aspetti da aspetti da questa esperienza?

Il sogno di tutti gli atleti è quello di fare le Olimpiadi. Quando ero piccolo volevo diventare campione del mondo, lo sono diventato due volte di seguito in categorie differenti. Io ho sempre sognato di fare l’Olimpiade,  ma non è mai arrivata. Adesso, per fortuna, il karate è stato inserito come sport Olimpico e posso sognare di parteciparne ad una. Perché a trentacinque anni non sognare? L’età è solamente un numero. Finché sto bene do il massimo e per me il massimo è vincere l’Olimpiade. Inoltre, si tengono a Tokyo: la città del mio maestro, in Giappone che è la terra del karate, dove io ho già vinto un campionato mondiale. Quindi ci sono tutti i presupposti perché possa realizzarsi un’apoteosi fantastica. Comunque, un campionato del mondo presenta difficoltà maggiori di un Olimpiade poiché in quest’ultima partecipano solo dieci atleti, ma la parte difficile è qualificarsi per partecipare. Al mondiale ci sono 150 paesi partecipanti dove si combatte con atleti provenienti da tutto il mondo e, per questo, è molto difficile essere primi. Più prestigiosa è, naturalmente, l’Olimpiade.

Stefano  con le sue parole, i suoi racconti e la sua filosofia sul karate ha spiegato in modo semplice, ma strepitoso, cos’è il karate e come bisogna vivere questa disciplina che, come afferma lui, è un’arte. Non possiamo far altro che augurargli una strepitosa continuazione di carriera e che il suo sogno di vincere le Olimpiadi diventi realtà.