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La Polizia svela come l’Altopack, squadra dilettante italiana, aggirava i controlli antidoping

La Altopack, squadra dilettante italiana è finita nell’occhio del ciclone a causa dell’enorme uso di sostanze dopanti. Ieri, la Polizia di Stato ha arrestato Luca Franceschi, proprietario dell’Asd Altopack che ingaggiava e motivava i corridori all’uso del doping; Narciso Franceschi e Maria Luisa Luciani, proprietari dell’abitazione dove venivano effettuati i trattamenti dopanti e genitori di Luca; Elso Frediani, direttore sportivo dell’Altopack; Michele Viola, ex corridore e preparatore atletico della squadra, ma sopratutto uomo incaricato a rifornire il team di Epo; Andrea Bianchi, farmacista-cicloamatore che procurava gli ormoni e altri farmaci di vario genere. Per loro l’accusa è di violazione della legge penale antidoping 376/2000. La Altopack è stata una squadra costruita sull’uso del doping, una cosa che va contro ogni regola sportiva. Nel team non ci sono stati mai grandi corridori di spicco, ma nomi che la procura antidoping conosce molto bene, come quello di Linas Rumsas. Il figlio di Raimondas Rumsas, corridore noto per l’uso di sostanze dopanti, è morto il 2 maggio 2017 per un malore ancora da capire. Il procuratore capo di Lucca, Pietro Suchan, su questo tema ha dichiarato, come riportato dalla Gazzetta dello Sport:

“il suo caso è ancora aperto e coperto da indagine, e non possiamo fare nessun collegamento con quanto svelato, anche se c’è il fondato sospetto. Ma la nostra inchiesta ha portato alla luce un panorama inquietante di sicura valenza criminale, con una estensione del fenomeno doping inimmaginabile. Qui si gioca con la salute dei ragazzi, che rischiano la vita per il dio successo. La nostra indagine va dritta alla coscienza di tutti noi. È il momento di non scherzare più. Chi vuole collaborare, lo faccia ora, non tra un anno. Perché dobbiamo voltare pagina ed evitare sofferenze inimmaginabili per la morte di giovani sportivi. Dobbiamo ridare allo sport la dignità che merita”.

In seguito alla morte di Linas Rumsas la Procura della Repubblica di Lucca ha scoperto un sistema perfetto che aggirava tutte le regole dell’antidoping. Canali stranieri per acquistare farmaci, postazioni cliniche e abitazioni dove poter utilizzare e praticare questi illeciti sportivi. Attonito il PM Giannino che ha analizzato:

“il clima di omertà totale. C’era un vincolo associativo fortissimo. Abbiamo trovato tante di quelle sostanze che nemmeno in un ospizio… Era una clinica.”.

La dottoressa Cascino della Squadra Mobile della Polizia ha raccontato nei dettagli come avvenivano le pratica dopanti:

“il trattamento iniziava già la domenica dopo la gara con i disintossicanti, e proseguiva con sostanze come l’Epo. Avevano stratagemmi nel parlare ed elaborato persino un sistema per gettare la spazzatura con aghi, cannule, siringhe. Il sistema ci ha incuriosito: facevano lunghi giri in macchina, di qualche chilometro, per spostarsi da casa di poche centinaia di metri, stando attenti a non farsi vedere. Per l’Epo, parlavano di meloni gialli e verdi, a seconda del dosaggio. L’abbiamo trovata in dosi da 10, 20, 30, 40.000 unità, e infatti le siringhe cambiano colore a seconda della quantità. E poi c’era il jolly, proposto ai corridori alla vigilia di corse importanti. Ci siamo arrovellati per capire che cosa fosse, poi abbiamo capito che era un farmaco con effetti immediati. Si prendeva poco prima della gara e si smaltiva velocemente, tanto che non l’abbiamo trovata ai controlli antidoping organizzati per il dopo-gara. Era una siringa di insulina, era un ormone, potevano essere pastiglie”. 

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