F1, Giovinazzi tra sogni e delusioni: “mi sento pronto per fare il titolare. Cina? Il week-end peggiore della mia vita”

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Antonio Giovinazzi ha svelato ai microfoni della Gazzetta dello Sport le sensazioni avute da questa stagione appena trascorsa, parlando poi dei suoi obiettivi

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L’esordio a Melbourne con la Sauber, il disastro in Cina e le pungenti critiche utili per crescere e migliorare. Sarebbe dovuto essere un anno tranquillo per Antonio Giovinazzi, ma così non è stato. Il pilota italiano ha provato su se stesso quanto possa essere crudele la Formula 1, capace di farti passare in pochi giorni dai complimenti per un ottimo dodicesimo posto, agli strali per un errore banale. Adesso però bisogna guardare avanti, il 2018 è alle porte e Giovinazzi – intervistato dalla Gazzetta dello Sport – spera che gli regali l’emozione più grande della sua vita: avere un sedile in Formula 1.

“Questa stagione mi ha portato più di quanto mi aspettassi. Ho corso in Australia e poi in Cina con la Sauber, sto disputando le prove libere dei gran premi con la Haas e ho provato la SF70H nei rookie test. Tre macchine, team diversi, tanti piloti con cui mi sono confrontato, un bagaglio di esperienza non indifferente. Senza contare il lavoro al simulatore con gli ingegneri di Maranello. Esco dal 2017 strapieno di informazioni. Non nascondo che, dopo un anno fantastico in GP2, mi sentivo già pronto per correre una stagione completa di F.1. Però è andata bene anche così. Mi sento molto più preparato di quanto non fossi lo scorso inverno. Giudico la Cina il peggiore weekend della mia intera carriera da pilota. Mi è capitato proprio sul palcoscenico più importante, quando avevo tutta la pressione mediatica addosso, però le critiche mi sono servite tantissimo. Ho capito che bisogna tenere sempre i piedi per terra. Non voglio dire che mi fossi montato la testa. Ma forse in Cina mi ero prefissato degli obiettivi più grandi di quelli che potessi raggiungere in quel momento. Invece bisogna avere coscienza dei propri limiti e sapere che ogni cosa arriva al suo tempo. Se fossi rimasto più calmo, se non mi fossi caricato di aspettative eccessive dopo il dodicesimo posto di Melbourne, forse sarebbe andata in modo diverso. La delusione mi è servita per crescere”.

 

Una stagione di apprendistato per provare a farsi le ossa e trovare un sedile stabile, utile per crescere ancora di più, gettando le basi magari per un ritorno (in  futuro) alla Ferrari:

“merito la Formula 1 perché, come tanti altri, ho fatto grandi sacrifici per arrivarci, assieme alla mia famiglia. La F.1 non è il calcio, dove si può trovare sbocco in molte squadre, qui ci sono solo 20 posti al mondo. Però io ci ho sempre creduto, fin da piccolo, e il fatto di vedere piloti come Vettel e Hamilton che hanno raggiunto il successo partendo da zero, è stata una grande ispirazione. Posso dire che sto ancora vivendo un sogno. Da bambino aspettavo la domenica, davanti alla tv, per seguire Schumacher che vinceva. Ho sempre avuto il pallino della Ferrari. E quando ho firmato per il Cavallino non potevo crederci: sono un privilegiato. Nella mia carriera in monoposto ho fatto sempre una vita da “zingaro”: prima l’Indonesia con Gelael, poi la Gran Bretagna con Carlin e l’anno scorso a Vicenza con la Prema. Adesso vivo vicino a Maranello, sono quasi tutti i giorni in fabbrica in mezzo alle rosse, e mi sento a casa”.

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