Lo strano caso italiano degli sportivi professionisti di fatto e dilettanti per legge

AbacaPress/LaPresse

Le dichiarazioni del Ministro Boschi sulla parità salariale fra calciatrici e calciatori impongono qualche riflessione sull’attuale condizione degli sportivi italiani che, secondo la Legge n. 91 del 1981, non rientrano fra gli ‘sportivi professionisti’

Lo scorso mercoledì l’Italia del calcio femminile ha raggiunto lo storico traguardo di vedere entrambe le squadre che partecipano alla Champions League qualificarsi agli ottavi di finale della più importante manifestazione continentale per club. Poteva essere una serata stregata, le squadre italiane affrontavano due giganti del calcio femminile europeo, e invece è diventata una serata magica, per il calcio femminile italiano, ma, in fondo, per tutto lo sport nostrano. La Fiorentina di Cincotta e Fattori, debuttante in Champions, in una notte di pioggia e freddo nordico, hanno eliminato il Fortuna Hjørring, che dal 2009 fa la Champions e non era mai uscita prima degli ottavi di finale. Il Brescia di Piovani, con una partita tecnicamente perfetta, è riuscita a ribaltare la sconfitta di misura subita nel match di andata e ad imporsi su una delle squadre giganti del calcio femminile europeo, l’Ajax, nella cui rosa militano diverse giocatrici della Nazionale olandese, campionessa d’Europa in carica. Questi importanti risultati sono arrivati all’indomani delle note, contestatissime, dichiarazioni del Ministro Maria Elena Boschi sulla sua intenzione di dare vita, insieme al Ministro Luca Lotti,  ad un tavolo di lavoro per affrontare la questione della parità di retribuzione fra calciatrici e calciatori.

Questi ultimi fatti inducono ad alcune riflessioni. Che nel calcio femminile italiano si stia andando verso il professionismo è un dato oggettivo. Già dal 2015 i grandi club di serie A hanno iniziato ad investire nel calcio femminile: gli esempi virtuosi della Fiorentina Women’s Football Club e della Juventus Women, che utilizzano le strutture delle rispettive prime squadre maschili e dispongono di risorse e mezzi simili a quelle delle grandi squadre femminili europee, costituiscono auspicabili modelli per l’organizzazione futura del calcio in rosa.

Ben vengano quindi le discussioni preventivate dal Ministro Boschi sull’equiparazione salariale fra calciatrici e calciatori, ma non vi sarà alcuna “parificazione” finché al calcio femminile non verrà riconosciuta adeguata copertura televisiva da parte del servizio pubblico in occasione di eventi così importanti come la Champions League.  Copertura televisiva che consentirebbe alle società di attrarre gli sponsors e di incrementare i profitti, con inevitabili ricadute positive anche sui compensi delle calciatrici.

E’ positivo che la FIGC, dal 2015, stia spingendo sul calcio in rosa, inducendo con una rete normativa ad hoc le massime divisioni maschili ad investire sulle squadre femminile, ma finché queste giocatrici saranno giuridicamente qualificate “non professioniste” rimarranno sempre prive di adeguata tutela assicurativa, previdenziale e sanitaria, nonché di trattamenti salariali proporzionali all’effettiva attività svolta. E non si tratta di un problema che riguarda solo le atlete: nonostante le sole quattro discipline attualmente riconosciute come professionistiche – calcio, basket, golf e ciclismo – siano tutte maschili, fra gli atleti che non sono o non sono mai rientrati nella categoria legislativa di “sportivo professionista” vanno annoverati Adriano Panatta, Alberto Tomba, Andrea Lucchetta, Fabio Fognini, Ivan Zaytsev, Gregorio Paltrinieri. Tennisti, sciatori, pallavolisti, nuotatori che rappresentano un pezzo di storia dello sport italiano ma che sono tuttavia esclusi dalle garanzie previste dalla Legge 23 marzo 1981 n. 91.

Si tratta di una legge estremamente datata e ormai anacronistica, che tra l’altro mantiene in vita solo per gli sportivi “non professionisti” il famigerato vincolo sportivo, ossia il vincolo che lega l’atleta alla società sportiva di appartenenza per un periodo di tempo spesso irragionevole e che non consente all’atleta di “svincolarsi” anticipatamente se non in casi limitati o dietro pagamento di importi spesso ingenti, ledendo così il fondamentale diritto della persona ad esercitare liberamente l’attività sportiva nel modo che la persona stessa ritiene più adeguata alle sue necessità.

Inoltre questa Legge finisce per riunire nella medesima categoria di “sportivo non professionista” atleti che praticano lo sport con puro spirito ricreativo e atleti che invece svolgono un’attività sportiva agonistica dalle stesse caratteristiche di quella qualificata “professionistica”, in termini di livello tecnico, orari di lavoro prestabiliti, continuità ed erogazione di un compenso, o comunque con forme di monetizzazione della prestazione lavorativa resa.

Occorre pertanto, in primo luogo, affrontare e risolvere a livello legislativo la questione del dilettantismo, integrando o modificando la normativa vigente: ai professionisti “di fatto”, che praticano lo sport come attività prevalente, investendo la maggior parte della propria giornata in allenamenti ad alto tasso tecnico che precludono loro lo svolgimento di altre attività lavorative, devono essere garantite le stesse tutele previste per i professionisti che sono tali secondo la legge. L’equiparazione salariale fra calciatrici e calciatori, per quanto auspicabile, non risolve il problema alla radice, né per le calciatrici né per tutti gli altri sportivi “non professionisti”, che in mancanza di un’adeguata tutela previdenziale si troveranno comunque in grave difficoltà a fine carriera.

E’ importante quindi prima di tutto correggere la stortura del dilettantismo per legge, in modo che a parità di prestazione tecnica corrisponda parità di tutela: non solo sarebbe dovuto agli atleti che ci regalano prestazioni da ricordare come le nostre calciatrici che stanno affrontando la Champions League ma potrebbe trasformarsi in un’occasione di rilancio economico anche per il business collegato al mondo dello sport italiano.

A cura di Sara Tassinari

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