NBA – Il ragazzo di Philly, la morte di Rhamik e quell’incontro con Pat Riley: la lettera di Dion Waiters è commovente

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Dion Waiters ha scritto una splendida lettera su ‘The Players tribune’ nella quale racconta diversi retroscena della sua vita: dall’infanzia con Rhamik al rapporto con Durant, fino all’incontro con Pat Railey

Dion Waiters, la lettera su ‘The Players Tribune’ – Un ragazzo che ne ha passate tante, che ha visto la qualunque, che ha capito già in tenera età quanto la vita possa essere cattiva. La lettera che il cestista degli Heat, Dion Waiters, ha scritto su ‘The Players Tribune’ ha lasciato tutti i fans di stucco. Diverse righe che partono dai ricordi d’infanzia, sfiorando il ricordo dell’amico Rhamik, passando per i duelli in NBA contro Kevin Durant e il fatidico incontro con Pat Railey. Ecco la lettera tradotta in italiano:

Avete visto tutti Casinò, vero?

Ma sì dai, quello con Robert De Niro e Joe Pesci a Las Vegas. Ecco, quello.

Se volete sapere com’è incontrare Pat Riley, dovete guardare quel film.

Quando sentii che Miami era interessata a me la scorsa estate, inizialmente non mi ci vedevo. Non che avessi qualcosa contro gli Heat, ma non avevo idea di come mi sarei ambientato.

Poi ho incontrato Pat Riley.

Entro nel suo ufficio e… cazzo. Il capello era tirato indietro, stava indossando uno di quegli abiti molto gangster, all’apparenza costosissimo. Dietro la sua figura, tiene le foto di tutte le squadre con cui ha vinto un titolo, appese al muro. Ha indosso uno dei nove anelli di campione NBA.

E’ seduto come De Niro in Casinò. Ha proprio l’aria del boss. Sembra abbia visto tutto e il contrario di tutto, perché effettivamente è ciò che ha visto.

Anche da semplice fan del Gioco, volevo imparare da questa leggenda vivente.

Così, ho ascoltato.

Sapevo che Pat era un tipo genuino, perché nemmeno mi chiedeva di basket. Mi parlava di vita.

Ad un certo punto disse: “Ti metteremo in una forma stratosferica. Non in buona forma, non in grande forma, in una forma s-t-r-a-t-o-s-f-e-r-i-c-a”.

Pensai che, oh, se sono in NBA sono già in ottima forma. Ma mangio una Philly steak ogni tanto quando sono a casa? Lo sapete anche voi che lo faccio.

Guardandomi negli occhi, Pat disse: “Dacci una stagione e vedrai. Sarai in forma smagliante”.

Addirittura il modo in cui diceva smagliante era smagliante, capite che intendo, vero?

E continuò: “Parlami del Dion che non conosco già. Niente basket. Vita”.

La gente pensa di avermi già capito, già sviscerato tutto.

La Waiters Island, le GIF, il Philly Cheese Swag… e tutta quella merda, no?

Cristo, la gente mi ha sottovalutato per tutta la vita. Ricordo quando ero in prima liceo, mi ero appena trasferito a South Philadelphia High School. Stavo camminando verso la classe, era il primo giorno. Due guardie della sicurezza mi avvicinarono, con una faccia cattiva, come se ci fosse un problema.

Una guardia sembrava stesse urlando dietro ad un bambino che aveva rubato caramelle.

Mi incalzarono: “Hey, che fai qui? Qual è il tuo nome, ragazzo?”

Elencai i miei compagni di squadra e dissi: “Sono Dion Waiters. Mi sono appena trasferito qui”.

Uno dei due: “Mai sentito di te”.

Quindi io: “Sono promesso a Syracuse!”

L’altro comincia ad alterarsi: “No figliolo, non è vero che te ne vai a Syracuse”.

Mi guardavano dall’alto al basso come se fossi un perdente del cazzo.

“Certo che è vero, cercami su Google”.

Immaginateli ora: stanno ancora ridendo di me, vero?

Uno dei due mi fa il verso, con la vocina: “Non sono un perdente? Cercami su Google! Lo cerco davvero ‘sto ragazzo su Google”.

Mi portarono in ufficio e mi googlarono davvero.

Maxpreps.com. Dion Waiters. Committed to Syracuse.

Allora la guardia: “Amico, non stavi scherzando!”

Lo guardai tipo te l’avevo detto imbecille.

Da quel giorno in poi, ogni volta che vidi quella guardia gli urlavo: “Ehi, ti va di cercarmi su Google?”

Quello fu il mio terzo o quarto soprannome.

Il primo fu “Mal di Testa“.

Parlai con Pat della merda che avevo visto. E della gente che avevo perso. Da quando avevo dodici anni mia madre e mio padre non ci sono più: a entrambi hanno sparato. Ho avuto fratelli, amici, cugini e zii che sono stati assassinati. Davvero troppi per essere contati.

Parleremo anche di questo, ma non fa parte della storia che raccontai a Pat.

Sapete qual è la cosa più assurda riguardo a violenza e morte? Ti intorpidisce, ti rende davvero insensibile.

Così, a causa di tutto ciò che avevo visto e perso, decisi fin da giovane: “Sai cosa? Vaffanculo. Da qui in poi si gioca sul serio”.

Ero solo determinato ad essere una leggenda dei playground di Philly. A dodici anni… Cavolo, perfino le strade sapevano chi fosse Dion Waiters. Quando andavo al E.M. Stanton o al Chew’s Playground i ragazzi urlavano: “Eccolo! Eccolo! Arriva Mal di Testa!”

Erano i giorni di “And 1” e quel tipo di mixtape. Tutti avevano soprannomi. E siccome ero un piccolo vanitoso che urlava sempre perché voleva tenere la palla, e palleggiare sempre, i ragazzi iniziarono a dirmi: “Hey amico, mi fai venire il mal di testa”.

Ed ecco fatto. Ero Mal di Testa.

Il mio rivale era un tipo di nome Rhamik. Lo chiamavano Piccolo Gigante perché era basso ma giocava come un lungo. Un giorno, arrivò al campetto con la sua combriccola, e sfidò me e i miei. Ci batterono. Nel post-partita, fecero così tanto trash talk che ommioddio.

Mi si stava contorcendo lo stomaco.

Non avrei mai lasciato che il mio nome venisse infangato in quel modo.

Così, andammo sul loro campetto abituale e proponemmo la rivincita il giorno dopo. Ero nel mood di Gara 7 delle Finals cazzo. Non avrei perso per nulla al mondo.

Li uccidemmo.

Il giorno dopo, Rhamik e la sua banda arrivarono al nostro campetto.

Pensavo: “Cazzo, stiamo per avere un problema?” Sapete come, a South Philly non si può essere sicuri di nulla. Mi avvicinai a Rhamik, che mi disse: “Bella partita fratello”.

Da quel giorno, stavamo insieme ogni giorno. Facevamo tutto insieme. Tutto. Dormivo a casa sua, lui dormiva da me. Tutti nel quartiere adoravano Rhamik. Era semplicemente un ragazzo leggendario. L’altra cosa per cui la gente lo conosceva, a parte il basket, era lo skate.

Sapete, a Philly lo skate era all’ordine del giorno. Lo è ancora. Non parlo di Tony Hawk, ma dei roller, quelli da mettere sotto i piedi, con le quattro ruote. Ogni domenica avevamo degli skating parties tenuti da Miss Doris. Se non andavi particolarmente bene a scuola (ehm, tipo me), Miss Doris ti pigliava per un orecchio fuori dalla porta e diceva cose tipo: “Dion! Sei bannato dagli skating parties finché non cominci a comportarti bene!”

Quella fu la svolta. Nessuno voleva essere bannato dagli skating parties. Era il posto/momento giusto per incontrare ragazze. Se vi state immaginando una cosa tipo discoteca state sbagliando. Era più simile ad un’onda di un centinaio di ragazzi di Philadelphia che giravano per Rick Ross, facendo il Philly Bop.

E Rhamik era il miglior skater di tutti. Punto. Faceva cose assurde. Prima di sapere come fare con le rotelle, guardavo lui e mi dicevo: “Cazzo, devo proprio imparare. Questo ragazzo ha stile”.

Così, per circa quattro anni, la mia vita era basket e skate, skate e basket. Ogni giorno. Se qualcuno mi cercava, non diceva mai “Dov’è Dion?”, ma: “Dove sono Dion e Rhamik?”

Quando vai al liceo, sai come funziona. Le cose cambiano. La tua faccia si schianta contro certe realtà Rhamik era un ragazzo piccolino. Giocava sempre a basket, certo, ma iniziò a prendere un’altra strada. Quando avevo quindici anni, ci separammo, perché ebbi la possibilità di andarmene a giocare a South Kent School, nel Connecticut.

A quel punto, Syracuse sembrava ancora molto distante. Se vieni dal mio quartiere vivi giorno per giorno. E’ così che la scampi. Se pensi troppo al futuro, rischi di trovarti col cuore spezzato. Mi capite?

Ma ricordo mamma che mi diceva: “Dion, devi andartene da Philly per un po’. Ti farà bene”.

E fu così che feci le valigie. Era la prima volta che uscivo dal mio quartiere e, cavolo, avevo così tanta nostalgia di casa. South Kent High è nel mezzo del nulla cosmico. Lo fecero apposta, così non potevo cacciarmi nei guai. Isaiah Thomas era lì con me. Era all’ultimo anno. Della stessa taglia che è adesso, davvero.

Ok sentite, io sono un tipo che ha molta fiducia in sé. Ma anche ai tempi, guardavo IT4 e dicevo: “Cazzo, ma questo ragazzo è un killer!”

Guidò la squadra per punti segnati. Io ero il secondo. Assurdo, no?

Mi annoiavo così tanto là. Voglio dire: passare dal cazzeggio gangster sulle strade di Philly al… ehm… ok, diciamo così: il primo supermercato Wal-Mart era a tre quarti d’ora. Di sabato prendevamo il bus per andare al Wal-Mart. Era la cosa più fica che facevamo per tutta la settimana. Philly è nel mio sangue, sapete? Ero lì-lì per scappare ad un certo punto, ma non si può scappare dalla vita, no?

Ricevetti una chiamata. Non lo dimenticherò mai. Stavo andando ad un torneo. Uno dei miei a Philly mi chiamò dicendo: “Ehi amico…”

E io: “Che c’è? Sputa il rospo”.

“… Hanno sparato a Rhamik”.

Dopo un momento, dopo che hai sentito le stesse parole cento volte, non hai nemmeno bisogno di chiedere se è morto o meno. Lo capisci dal tono della voce.

Ero scioccato. Ti intorpidisce non è la maniera corretta di descrivere queste cose. Andai su MySpace quella sera e tutti avevano messo come foto-profilo quella di Rhamik. Mi colpì così tanto. Mi spezzai. Persi la bussola.

Era il mio migliore amico. Eravamo la stessa cosa. Di tutte le persone che potevo perdere… Rhamik? Dovevano proprio uccidere Rhamik?

Fu forse l’ultima volta che mi chiesi il perché.

Tutti amavano questo ragazzo. Io e Rhamik andavamo al parco a dodici, tredici anni per giocare coi ragazzi più anziani e il campetto si gremiva sempre come fosse un piccolo Rucker Park. La gente veniva a vederci giocare a basket. E dico gremiva, fila per fila, per vedere dei neanche-liceali giocare a pallacanestro.

Se penso a quello schifo ogni tanto mi viene da piangere. Non c’era differenza tra me e lui. Eravamo la stessa cosa. L’unica differenza è che io a quindici anni andai nel Connecticut, dove mi insegnarono una strada diversa.

E sì, ho pasticciato e fatto casini tante volte. Ho quasi lasciato tutto, e tutto il resto. Ma non conta.

Avevo intrapreso una strada… e – in una maniera o nell’altra – ce l’ho fatta.

Ora sapete da dove vengo. Questo è solo un pezzo della vita che ho vissuto.

Normalmente non parlo di queste cose. Ma quando qualcuno mi chiede della mia vita, racconto. Così, quando entrai nell’ufficio di Pat Riley la scorsa estate e lui chiese, io risposi. E ora dico a voi.
Sapete che c’è? E’ divertente. Non sono un grande fan di Internet, ma le vedo le cose. Vedo come la gente reagisce quando sente il mio nome. Vedo le GIF e tutto il resto.
Dicono: “Non esiste un tiro che non gli piaccia”.
“Ha troppa fiducia in sé stesso”.
“Pensa di essere il più forte giocatore NBA”.
Cazzo sì che lo penso.
Devo pensarlo.
Ascolta, ora sai da dove vengo. Immaginati tu, a dodici anni a girovagare per i campetti di South Philly. Ci sono culoni bianchi enormi, tribune stracolme di gente e tu che provi a farti un nome.
Pensi di poter sopravvivere a Philly se non hai una scapestrata fiducia in te stesso?
Non sentirete mai le parole “Non posso” uscire dalla bocca di Dion Waiters.
Posso fare tutto. Farò tutto. In parte l’ho già fatto.

E ricordate: nei miei primi cinque anni di NBA ho giocato con i migliori in circolazione. LeBron, KD, Westbrook. Vedevo quei ragazzi ogni giorno. E non stavo solo giocando… ero in competizione.

Quando arrivai ad OKC, io e KD eravamo insieme ogni giorno. Kev pensava fosse divertente, perché quando eravamo in palestra e ci affrontavamo 1-contro-1 provavo ad ucciderlo. Sempre.

Chiedete a lui chi ha vinto la nostra ultima partita.

Forza, chiedeteglielo. Ve lo dirà.

Ok, ha vinto tanto anche lui, ma anch’io ho le mie W sotto la cintura.

Kev mi parlava anche molto sporco, se necessario. Questo la gente non lo sa sul suo conto. Ma ora conoscete me. Lo sfidavo con le batterie belle cariche. Lui rispondeva colpo sul colpo. Mi portava in post, io lo fottevo con qualche giochetto da playground di Philly. Dovevo usare tutto il mio arsenale. Lo colpivo ai fianchi, dove sapevo nascondeva i suoi punti deboli.

Amavo tutto ciò. Amavo quella squadra.

Pensavo in modo genuino di tornare ad OKC questa stagione. Pensavo che potevamo avere un’altra chance per il titolo. Ma le cose non sono andate in quella maniera, perché il basket è business. Quando ricevetti la chiamata da Miami, andai laggiù ed entrai nell’ufficio da gangster di Riley. E’ stata la cosa migliore che potesse capitare alla mia carriera NBA.

Ricordo che quando decisi di firmare con Miami dovetti dare la notizia al mio pargoletto. Ha tre anni.

Lui disse: “Dobbiamo lasciare Oklahoma? NO!”

Lui ama OKC.

Ma fui obbligato ad insistere: “Sì, non abbiamo scelta”.

“E dobbiamo andare a Miami?”

“Yup”.

(Grande sospiro).

“Ok.”

Vi giuro, ho dovuto convincerlo il mio ragazzo. Gli ho fatto vedere foto di piscine e tutto il resto.

Posso essere sincero con voi, comunque?

Quando Pat disse: “Forma s-m-a-g-l-i-a-n-t-e” suonava figo, ma nella mia mente era tipo: “Sono già in forma smagliante, checcazzo”.

Così, portai le mie chiappe perplesse al training camp estivo. Dopo una settimana, ero morto. Ero davvero vicino a vomitare nei cassonetti come succede nei film.

Così capii: “Pat non stava dicendo minchiate. Questa cosa dei Miami Heat è per davvero“.

Quando mi infortunai all’inguine a Novembre e saltai venti partite, fremevo dalla rabbia. Scivolammo 11-30, e tutti ci diedero per morti. La gente diceva che avremmo tankato per una scelta.

Haaaaa.

Andiamo.

Fin quando io sono in campo, certe cose NON si fanno.

Quando sono tornato in Gennaio, ero così concentrato che sembra assurdo anche a me. Dicevo a tutti: “Tutto ciò che dobbiamo fare è vincerne sette o otto in stecca, e siamo tornati”.

Ricordo che giocammo contro Kev e quei cavolo di Golden State Warriors. Io ero appena tornato. Affrontai Kev a viso aperto quella sera, ma ci batterono. Uscimmo a cena dopo la partita e gli dissi: “Kev, amico mio, a breve cominciamo a vincere”.

Lui mi guardò con aria di compatimento, pensando qualcosa come: “Sì, certo, come no”.

Così replicai: “Ehi, sono serio. Ora ne vinciamo sette di fila”.

E lui: “Sarà, ma noi facciamo visita a Miami tra due settimane”.

“Quella è una W. Ci scommetto”.

Rise come non mai.

Tornammo a casa dalla Baia e ne vincemmo tre di fila. Kev e i Warriors arrivarono nella nostra arena.

Presentammo loro il conto, dando tutto. Non avevamo paura. Capii da subito che Kev mi stava sfidando. Gli dissi: “Amico, mi sento bene stasera. Hai visto le mie ultime partite? La vostra serata sarà mooolto lunga”.

Un po’ di trash talk come negli 1-contro-1 di OKC.

Quarto quarto, dieci secondi rimasti. Parità. Avevo la palla tra le mani con la partita sul filo di lana, e sapevo già cosa sarebbe successo. Che si fotta l’overtime, tirai per vincere.

Cosa dicono le statistiche su quel buzzer beater?

Quella è una W.

Poi mi misi in posa.

La gente continua a chiedermi: “Cosa significa, perché lo fai?”

Non significa nulla.

E’ semplicemente la Philly che è in me.

Dopo quella vittoria, il filotto arrivò a 13. Nessuno voleva vederci al primo turno di Playoff. Nessuno.

So che siamo arrivati ad una partita dalla postseason, e questo mi tormenta. Se non mi fossi infortunato, penso che tutti sappiamo dove saremmo adesso. Ma sapete una cosa? La remuntada di questa stagione è stata magica. I nostri fan hanno riempito l’arena ogni sera, anche quando tutti ci davano per morti.

Amo Miami. Ho avuto una grande stagione qui.

Mio figlio ha pure trovato la morosina qui. Ha tre anni. Riuscite a crederci? Miami è così. Lei gli si avvicina, lo abbraccia e gli dice: “Ciao morosino”. E se ne va.

Ti fotte il cervello ‘sta cosa.

Provo a dirgli: “Hey ragazzo, devi trattarle bene le signore”.

Lui non ascolta.

Spero di aver trovato una casa quaggiù. Comunque vada, questa è stata una gran cazzo di stagione. Ora che sapete un po’ di più sulle mie origini, su ciò che ho visto, sapete che sono onesto quando dico che sono – semplicemente – grato.

(So che Kev sta leggendo queste righe, ora, e starà pensando tipo: “Grazie a Dio questo scalmanato è a casa e sta scrivendo articoli anziché provarci coi Playoff NBA”).

Neanche tu volevi incontrarci, Kev!