LaPresse/Marco Alpozzi

Valerio Capsoni ha raccontato le sue sensazioni quando ha scalato la temuta salita del Monte Zoncolan

Valerio Capsoni2Valerio Capsoni è uno scrittore e cicloamatore molto esperto e oggi sul proprio profilo Facebook ha voluto raccontare la sua avventura sulla difficilissima salita del Monte Zoncolan. “E anche questa volta lo stato d’animo è lo stesso. Come riuscirò ad arrivare in cima allo Zoncolan senza mettere piede a terra? Da un lato mi sento come se in gioco ci fosse la mia autostima, il mio orgoglio, dall’altro mi chiedo ma che sarà mai? E’ una semplice salita, un nastro d’asfalto che inerpicandosi lungo un bosco risale una montagna. Ne hai scalate tante, hai superato prove difficilissime, hai sopportato il freddo, la fame, la fatica. Hai le spalle larghe, l’esperienza non ti manca. Sul tuo viso hanno fatto la comparsa i primi peli bianchi. Insomma, non sei più un ragazzino. Quest’anno vai per i 40 anni. Ci ritroviamo a fare colazione, fette biscottate, marmellata, yogurt. In bici mangerò barrette, e poi avrò i gel per i tratti in salita, sempre se riuscirò a mettere le mani in tasca. Via in macchina mentre albeggia. Dalla Sicilia i ragazzi mi mandano messaggi di incoraggiamento. Sono in bici anche loro, stanno scalando l’Etna”.

Valerio CapsoniDi colpo dalla bruma sorgono le prime montagne. E’ prevista pioggia nel pomeriggio, con temporali tra le Dolomiti Friulane, le Alpi Carniche e le Alpi Giulie. Dobbiamo sbrigarci, perché prendere l’acqua su quelle pendenze diventa pericoloso. Le montagne sono bellissime, nascono dalla piana alluvionale del Tagliamento con cocuzzoli calcarei arditissimi che sfiorano immediatamente i 2000 metri. Nei pressi di Gemona del Friuli passiamo da Buja, il paese di Alessandro De Marchi, appunto il “Rosso di Buja”, corridore in forza alla BMC, da me recentemente incontrato sull’Etna insieme a Damiano Caruso, il ragusano che ha da poco ottenuto l’ottavo posto al Giro d’ItaliaOltrepassiamo Tolmezzo, dopo avere lasciato la statale che corre parallela all’autostrada in direzione di Tarvisio. Ci fermiamo a Villa Santina, e montiamo immediatamente le bici. C’è un pallido sole, e fa caldo. Subito via verso Ovaro, con Nicodemo a fare l’andatura. Non ci seguirà sulle salite, perché il suo allenamento attuale non lo permette. Ci verrà incontro a Sutrio, dopo che noi saremo scesi dallo Zoncolan, sempre se saremo riusciti a salirci. Dopo 12 km arriviamo a Ovaro, dove troviamo gli striscioni relativi al passaggio del Giro dello scorso anno. Un saluto a Nicodemo, svolta a destra, Monte Zoncolan. Finalmente ci siamo.
“E’ iniziato?” mi chiede Gianni.
“Sì. Ci vediamo in cima”.
Due curve facili, usciamo dal paese, e davanti a noi la pendenza si impenna subito al 10%. Sono i primi due chilometri “normali” dello Zoncolan, quelli che passano tra il campanile e la chiesa di Lenzone, e poi si inerpicano tra i prati fino a Liariis. Gianni se ne va subito. Meglio così, ognuno col suo passo. Sta per scalare lo Zoncolan col 34×34, ma ancora non lo sa. Io monto il 34×30, ma non mi basterà.
Entro a Liariis, per terra la grande scritta Zoncolan con la freccia verso destra non lascia spazio a dubbi. Ma tanto questa salita l’ho già studiata metro per metro con Google Street View. Già dalle immagini digitali si vedevano gli alberi in diagonale rispetto alla strada”.

LaPresse/Marco Alpozzi
LaPresse/Marco Alpozzi

Adesso sono in piano, quei 500 metri che mi portano fuori da Liariis, con un cartello su una casa a destra che recita “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, e sulla successiva casa a sinistra “Qui si va nella salita dolente, qui si va nell’eterno dolore”. Una signora passa a piedi e mi guarda con indifferenza, mentre subito dopo una mamma trattiene la sua piccola che pedala su un triciclo, guardandomi come se la strada dovesse inghiottirmi da un momento all’altro. Davanti a me adesso c’è il muro, dove fino a poco tempo fa campeggiava lo striscione “La porta dell’inferno”. Va bene, basta, ho capito. Adesso ci sono anche io. La sfida è aperta, e ho una paura matta, e la voglia di distruggere questa salita. I primissimi metri li percorro con calma, impostando il mio passo. Il cardio risponde bene. Bene così. Alla seconda curva tre moto scendono a tutta, e all’uscita me le trovo davanti. Per fortuna non hanno ancora i freni distrutti dalla pendenza, e riescono a schivarmi. Stop. Da questo momento in poi lo Zoncolan è solo mio. Siamo io e lui. Il mostro e il ciclista. Caronte, Cerbero, Polifemo, contro un piccolo grande uomo. La strada si impenna tanto fino a trovarmela davanti alla faccia. Lo immaginavo, ma è peggio di quanto pensassi. Non riesco più ad andare dritto. Una piccola fontana zampilla alla mia destra, supero il cartello di un agriturismo, e uno dei molti cartelli raffiguranti campioni del passato che indicano i parziali del tratto terribile. Sono passati solo 500 metri, e mi ritrovo a zigzagare. Non mi era mai successo. Neanche sul tremendo Mortirolo. E’ l’istinto di sopravvivenza. Non voglio nemmeno pensare come fanno i professionisti a battagliare qui dopo tappe di 180 o 200 km. Roba dell’altro mondo, da extraterrestri. Ma ora ci sono solo io, il bosco, le nuvole sopra di me, e questa maledetta, demoniaca rampa che cerca di buttarmi a terra”.

LaPresse/Gian Mattia D'Alberto
LaPresse/Gian Mattia D’Alberto

Ma come Ulisse sconfisse Polifemo accecandolo, io ho trovato il modo per andare avanti. Uno, due, tre, quattro, destra. Uno, due, tre, quattro, sinistra. E il mostro si ribella, si sente ingannato. No, non è possibile piccolo uomo, tu sarai mio, ti sconfiggerò. E su con una orrenda rampa oltre il 20%. Vado su a 5 all’ora, ma la strada mi permette per pochi centimetri di continuare il mio zigzag alla ricerca di ossigeno. E’ il punto debole della bestia. Ho percorso 1 km e 500 mt. E mi sembra di essere qui da una vita. Ma non importa, devo andare su, ancora qualche metro, ancora una curva, ancora un terribile drittone. Però il ritmo non cambia, uno, due, tre, quattro, uno, due, tre, quattro. A un certo punto mi colpisce il profumo dello Zoncolan. I fiori a bordo strada, là dove sorgevano gli alberi tagliati per permettere le riprese dall’elicottero. Per terra è pieno di scritte inneggianti ad Aru e Uran. Ma adesso qui ci sono io e nessun altro. Passano le centinaia di metri, e io mi sento come se stessi portando il macigno nel limbo dell’inferno dantesco. I cartelli a inizio strada sono corretti. Questa è un’espiazione di tutte le colpe. È la purificazione. Arrivi alla base della salita carico di peccati, e ne esci un’anima redenta. Dopo non so quanto tempo realizzo che forse posso farcela. Ho percorso 3 km, e le facce stravolte dalla fatica dei ciclisti raffigurati nei cartelloni mi rinfrancano. Magni, Saronni, Moser, Hinault. Tutta gente che lo Zoncolan non sapeva neanche che esistesse”.

LaPresse/Marco Alpozzi
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Nelle curve mi allargo al massimo, dove la pendenza scende al 15%, riduco la pedalata al punto di rischiare di cadere, per staccare il braccio dal manubrio e prendere la borraccia, perché sto sudando in maniera copiosa. E il bosco continua a scorrermi accanto, punteggiato ogni tanto da una malga che potrebbe ospitare i Sette Nani così come i sabba delle streghe allo scoccare della mezzanotte. Saranno passate ore e ore quando davanti a me intuisco il diradarsi del bosco. So che all’altezza del bivio della Malga Pozof il dramma sarà terminato. Ma questo bivio non arriva mai. Quando sembra che stia lì lì per terminare, altra curva, altra rampa tremenda. Ma ormai ne sono certo. Ne uscirò. Ogni metro che passa questa consapevolezza prende forza. Ed ecco finalmente davanti a me, oltre le cime degli alberi, la cima del Monte Arvenis. È’ il segnale. Bivio a sinistra, con il cartello che mi dà le spalle. Lo oltrepasso e mi giro. Malga Pozof! E’ finita! L’incubo è terminato! La strada sale improvvisamente all’8%, ma in confronto al muro raccapricciante che ho superato sembra pianura. Il panorama si apre alla mia destra, con la vallata in basso, talmente in basso che sembra che quassù ci si possa arrivare solo con un ascensore o una scala. Impressionante, pauroso, pazzesco. Ho scalato la montagna prendendola di faccia. Mostruoso. Ho la lucidità di prendere la mia GoPro dalla tasca e scattare qualche foto, mentre prendo un gel e lo ingurgito avidamente. Resta il tratto con le gallerie, e l’ultimo km al 13% di pendenza media, ma a questo punto non mi può fermare più nulla. Davanti a me fa la sua comparsa un puntino colorato che si avvicina rapidamente. Un ciclista, l’unico che ho incontrato su questa salita. Sta scendendo, e appena mi passa accanto mi sorride e mi urla “dai Valerio!”. Gianni in cima deve avergli già raccontato tutta la nostra storia. Prima galleria, abbasso gli occhiali, in fondo vedo la luce. Seconda galleria, riabbasso gli occhiali, in fondo vedo Gianni che mi urla”.

LaPresse/Marco Alpozzi
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È sceso giù per venirmi incontro. “Grandissimo! Forza Valerio, è finita!”. Terza galleria. Sono felice come un bambino. Penso a mio padre che dovunque si trovi è ancora una volta orgoglioso di me.
Entriamo nell’anfiteatro. Curva a destra, l’ultima rampa, la cima è 50 metri sopra le nostre teste. Curva a sinistra, ultimi 30 metri, mi alzo sui pedali, e sono in cima! Ho domato anche lo Zoncolan! Abbraccio Gianni, felice, strafelice. Ho impiegato 1 ora e 23 minuti, contro 1 ora e 3 minuti di Gianni. Ho scalato tante montagne, ho compiuto tante imprese, ma questa è una delle più belle. Una gioia immensa, difficilmente spiegabile a parole. Una salita che le racchiude tutte. Mi passano davanti agli occhi tutte le fatiche, mi passa davanti tutto. E tutto si scioglie quassù. Una foto da mandare subito agli amici in Sicilia, un motociclista che viene dalla Germania che ci fa i complimenti, tre ragazzi saliti in bici dall’altro versante che strabuzzano gli occhi appena sentono che siamo venuti dalla Sicilia il giorno precedente per scalare questa montagna. Si fa fatica a capire certe cose se non si provano. 1500 chilometri per domare il mostro. E adesso subito le mantelline, la nebbia avanza, il freddo aumenta. Via in discesa. Ci attende il Crostis”.