Giro d’Italia 2018, non solo l’impresa di Froome: nella dignità di Chaves, Yates e Pinot l’essenza dello sport, quando la sconfitta è comunque un successo

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Giro d’Italia 2018, altro che “sconfitta”: Esteban Chaves, Simon Yates e Thibaut Pinot concludono la corsa rosa con una sconfitta che è comunque un successo

Il Giro d’Italia 2018 verrà sempre ricordato certamente per la grande impresa di Chris Froome che ha conquistato la maglia rosa nella tappa di Bardonecchia con un’azione leggendaria, attaccando da solo sullo sterrato del Colle delle Finestre a 82km del traguardo e infliggendo oltre 3 minuti di distacco a Tom Dumoulin: Froome così è diventato il primo britannico della storia ad aver vinto il Giro d’Italia, dopo due settimane difficili ma con due vittorie di tappa molto prestigiose sullo Zoncolan e appunto sullo Jafferau.

Foto Gian Mattia D’Alberto – LaPresse

Ma di questo Giro d’Italia numero 101 rimane molto altro: è stata una corsa a tappe pazzesca, che lo stesso vincitore Froome ha dipinto con un commento calzante e azzeccato: “sono 21 classiche consecutive“. E quanti colpi di scena … Una corsa durissima, in strada e anche fuori con trasferimenti-monstre, caldo, freddo, poi di nuovo caldo, forti piogge e un percorso molto vario e completo. Basti pensare che l’ultimo in classifica generale, Giuseppe Fonzi, è arrivato con quasi 6 ore di ritardo (esattamente 5 ore, 47 minuti e 37 secondi).

E’ stato il Giro che ha incoronato Froome, ma che ha anche confermato Dumoulin già vincitore della maglia rosa nel 2017 in modo sorprendente, e adesso battuto per pochi secondi soltanto dal fenomeno del Team Sky. Che stavolta ha dovuto dare sfogo a tutta la sua fantasia, proprio lui che fin qui aveva rappresentato l’emblema del ciclismo controllato dalla tattica e dalle radioline.

Ma i volti più belli di questo Giro sono quelli degli sconfitti. Hanno perso la corsa, ma mai il sorriso e la dignità. Sono l’emblema dei valori dello sport, e non è un caso se a Roma e in giro per il mondo tanti applausi di spettatori e appassionati sono rivolti proprio a loro. Primo tra tutti, Esteban Chaves. La sua storia è da libro cuore.

LaPresse/Belen Sivori

Era febbraio 2013 e al Trofeo Laigueglia in Liguria rischiò la morte per un grave incidente: venne ricoverato in codice rosso all’ospedale di Pietra Ligure dove subì un intervento di quasi 8 ore per ricostruire due nervi del braccio destro. Riuscì a salvarsi per miracolo, ma con lesioni permanenti. Quella caduta gli costò la frattura composta della clavicola destra, mano sinistra, zigomo, seni mascellari e sfenoide, nonché una compressione polmonare ed abrasioni. Nessuno pensava che sarebbe potuto tornare in bicicletta, ma Chaves aveva ancora solo 23 anni con tutto l’entusiasmo (e un pizzico d’incoscienza) tipici della gioventù. Così dopo due anni e mezzo alla Vuelta di Spagna del 2015 ha vinto in modo spettacolare le tappe di Caminito del Rey e Sierra de Cazorla indossando per 6 giorni la maglia rossa di leader della classifica generale. Riuscirono a sfilargliela solo Tom Dumoulin e Fabio Aru. Arrivò 5° in classifica generale dietro Quintana e davanti a Dumoulin e Valverde.

LaPresse/ Fabio Ferrari

Era solo il preludio di un 2016 da sogno: trionfando al Giro di Lombardia, è diventato il primo colombiano della storia a vincere una classica monumento. Poi ha sfiorato la vittoria del Giro d’Italia, trionfando nella tappa di Corvara, indossando la maglia rosa per un giorno prima che Nibali gliela sfilasse per pochi secondi all’ultimo respiro. Con il suo splendido sorriso ha conquistato in quell’occasione il pubblico italiano. L’anno scorso è stato fermato da altri guai fisici: prima un infortunio al ginocchio in primavera, poi un’altra brutta caduta al Giro dell’Emilia con tanto di frattura alla scapola. Quest’anno è tornato al Giro da protagonista: ha vinto la tappa dell’Etna e per tre giorni è stato leader della classifica di miglior scalatore indossando la maglia azzurra. Ha concluso in lacrime la tappa di Bardonecchia quando il suo compagno Yates ha perso la maglia rosa per una brutta crisi. Ma subito dopo ha ricominciato a sorridere.

Foto Massimo Paolone – LaPresse

Il suo compagno di squadra Simon Yates è stato il più grande protagonista di questo Giro d’Italia. Ha dato spettacolo per due settimane e mezzo corse a rotta di fiato. Ha vinto le tappe di Campo Imperatore, Osimo e Sappada emozionando il pubblico ed entusiasmando gli spettatori. Ha vestito la maglia rosa per 13 giorni ed è stato per 10 giorni anche leader della classifica di miglior scalatore. E’ crollato soltanto alla 19ª tappa, ed è soltanto grazie a lui se Froome per vincere è stato costretto a un’impresa come quella di Bardonecchia. Nel primo Giro d’Italia vinto da un britannico, è nata un’altra stella inglese. E Yates di anni ne ha appena 25: siamo sicuri che ci tornerà per vincere.

Foto Lapresse

Infine Thibaut Pinot: l’anno scorso ha sfiorato il podio contro tre giganti. Soltanto Dumoulin, Quintana e Nibali arrivarono davanti a lui. E il francese si piazzò 4° con poco più di un minuto di ritardo dalla maglia rosa e meno di 40” di ritardo dal podio. Quest’anno non c’erano Nibali e Quintana, ma oltre a Dumoulin era costretto a fronteggiarsi con Froome e Aru. Il francese era l’outsider dopo i tre favoriti, e con Aru mai competitivo, alla fine era riuscito a conquistare il podio alla penultima tappa nonostante una settimana di acciacchi fisici. Alla fine è crollato, costretto ad arrendersi, proprio lì quando era a un passo dal suo sogno. Dopo il podio del del 2014 al Tour de France, voleva anche quello del Giro d’Italia. Sfiorato l’anno scorso, quest’anno è sfumato all’ultimo secondo. Ma nonostante tutto Pinot ha voluto concludere la tappa di Cervinia in condizioni terribili: disidratato, è stato ricoverato in Ospedale ad Aosta e non è riuscito a partire neanche per la passerella finale di Roma. Non poteva stare neanche in piedi. Con la forza di un leone, però, il traguardo di Cervinia l’ha voluto tagliare comunque per onorare e rispettare il Giro d’Italia e il suo pubblico. E’ proprio il caso di dire Chapeau Thibaut.

Giro d'Italia 2018

Foto Fabio Ferrari – LaPresse

La grande rivelazione è stato Richard Carapaz, 24 anni, primo ecuadoriano a vincere una tappa (ha trionfato di forza a Montevergine di Mercogliano) e 4° nella classifica generale. Ha tentato in ogni modo fino all’ultimo giorno a sfilare la maglia bianca di miglior giovane al talento colombiano Miguel Angel Lopez in una sfida sfida tutta sudamericana che promette scintille per il futuro delle grandi corse a tappe.

La grande delusione, invece, è stato Fabio Aru che s’è mestamente ritirato dopo la brutta figura della cronometro in cui ha sorpreso tutti con un risultato talmente tanto eccezionale, da essere inverosimile. Infatti poi abbiamo visto tutti che si trattava di un trucchetto da juniores (la scia delle moto)…

fabio aru

Foto Gian Mattia D’Alberto – LaPresse

Il vincitore della Vuelta di Spagna 2015, due volte sul podio al Giro d’Italia (terzo nel 2014 e secondo nel 2015), nelle ultime due stagioni aveva già fallito praticamente tutto pur dimostrando le proprie doti vincendo la maglia tricolore di Campione italiano nel 2017 con ottime performance al Delfinato e al Tour de France, dove comunque è giunto 5° in classifica generale. Proprio negli anni in cui doveva maturare diventando un campione, ha fatto soltanto passi indietro. Doveva essere il successore o addirittura il rivale di Vincenzo Nibali, invece c’è il rischio di dover dare ragione a chi sostiene che oltre lo Squalo in Italia c’è il vuoto. E non succedeva da 31 anni che nessun italiano riuscisse a classificarsi nei primi 4 posti del Giro d’Italia: oggi Pozzovivo è arrivato 5°, come Flavio Giupponi nel 1987 e prima di lui soltanto Wladimiro Panizza nel 1972. E’ un dato che di per se’ non dice tutto. L’unico italiano a vincere il Giro d’Italia nelle ultime 8 edizioni è stato proprio Nibali, e anche questo non era mai successo prima.

Foto Gian Mattia D’Alberto – LaPresse

Una menzione speciale in questo Giro d’Italia la meritano anche Sam Bennett, non solo per le tre vittorie di tappa ma anche per lo spettacolo che ha regalato in montagna chiudendo la corsa giocando con il pubblico; Matej Mohoric, segnatevi questo nome, dalla Slovenia con furore ad appena 23 anni ha vinto una tappa pazzesca a Gualdo Tadino dopo il meraviglioso successo di Cuenca alla Vuelta di Spagna 2017. Campione del Mondo juniores, e vice Campione del Mondo juniores a cronometro, qualcuno già dice che è il nuovo Sagan e chissà che non abbia visto bene. Non possiamo ignorare Rohan Dennis, cronoman d’altri tempi ha indossato la maglia rosa con straordinaria eleganza e l’ha difesa con dignità stoica sull’Etna.

Partiti in 178, arrivati in 150, hanno percorso tremila e 572 chilometri a una media di 40,2km/h. Dovremmo ringraziarli uno ad uno per lo spettacolo che hanno regalato. Un encomio per tutti, al “capitano” del plotone Giovanni Visconti. Anzi due: Giuseppe Fonzi, la maglia nera.

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