NBA – Belinelli racconta coach Popovich: “le smorfie in panchina, il vino e quei consigli su amore e famiglia…”

LaPresse/Reuters

Marco Belinelli racconta coach Popovich, il leggendario allenatore dei San Antonio Spurs con il quale ha vinto il suo unico anello NBA e che, in estate, lo ha voluto riportare nuovamente a San Antonio

Il mondo del basket NBA dà vita a delle proprie leggende che si cristallizzano nel tempo e restano impresse nella storia. Spesso la gloria se la prendono i giocatori, ma quando è un allenatore a venire etichettato come leggenda, vuol dire che si è di fronte ad un uomo straordinario. Gregg Popovich è uno di essi. Fine conoscitore del gioco, abile comunicatore che spezza il suo silenzio solo per colpire nel segno, osservatore attento, mentore, motivatore e soprattutto… vincente.

Un personaggio che diversi americani vorrebbero, senza alcuna preoccupazione, come Presidente degli USA. Un italiano ha avuto la fortuna di giocare alle sue dipendenze, imparare, migliorare e addirittura vincere un anello NBA. Stiamo parlando di Marco Belinelli che in estate è ritornato proprio agli Spurs, accolto a braccia aperte dallo stesso coach Pop. La guardia azzurra, ai microfoni della Gazzetta dello Sport, ha raccontato dal suo punto di vista, la figura di Gregg Popovich, rivelando qualche particolare che non appare davanti alle telecamere: “è il terzo coach più vincente della storia, ma a Pop di questo primato credo importi poco. Lui è fatto così, è sicuro che ci sono cose più importanti del basket nella vita. E’ questo il consiglio più importante che mi ha dato, quello di ricordarmi che c’è un mondo fuori che vale molto più di quello che succede in campo. La famiglia, la mia ragazza Martina, gli amici, gli hobby. Ricordo quando sono arrivato agli Spurs, nel 2013. Devo confessare che avevo un po’ di timore riverenziale, anche se lo avevo già conosciuto e sapevo che mi seguiva da tempo. Avevo già avuto grandi coach, ma quello era Gregg Popovich, dei San Antonio Spurs. Ho scoperto una persona piena di interessi, con voglia di conoscere il mondo e di parlare di quei vini su cui ci confrontiamo spesso. Siamo diventati una famiglia, con la gioia indimenticabile del titolo 2014 e lo siamo stati anche quando sono andato via. E’ stato un onore che mi abbia rivoluto, che mi abbia sempre cercato, sempre elogiato. E’ venuto a trovarmi persino quando giocavo con la Nazionale. Un vero signore. Da lui ho imparato tanto. E so quanto lui abbia stima di me, anche se vedo le sue smorfie in panchina quando prendo un tiro fuori equilibrio. Continuerò a farli, sapendo che mi sono conquistato il rispetto di uno dei più grandi coach di sempre. Il più grande che abbia avuto”.

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