Basket, il racconto shock di Klaudio Ndoja: “arrivato col barcone rischiando la vita, in campo mi insultano perchè non capiscono”

ndoja Garbuio/LaPresse

Klaudio Ndoja, cestista della Bertram Derthona, ha raccontato il suo approdo dall’Albania su un barcone per scappare dai proiettili e dalla guerra

Basket, Klaudio Ndoja è un cestista affermato, il quale attualmente milita tra le fila della Bertram Derthona, ma ha militato anche nella blasonata Virtus Bologna. Quest’ultimo ha voluto raccontare la sua storia di immigrato dall’Albania, proprio in un momento storico nel quale l’arrivo di immigrati dall’estero in Italia fa molto discutere date le politiche salviniane. “Se l’Italia avesse chiuso i porti o affondato ogni barcone proveniente dall’Albania oggi io non sarei qui a raccontare questa storia”, ha dichiarato Ndoja al Fatto Quotidiano. Il cestista è giunto nel nostro paese vent’anni fa, nel 1998, da clandestino attraverso un barcone che lo ha portato in Italia dall’Albania. “C’era il coprifuoco e se uscivi di casa rischiavi di morire a causa delle pallottole vaganti. Una di quelle un giorno ferì mia sorella mentre giocavamo insieme, così mio padre decise che era ora di partire”.

Foto M.Ceretti / Ciamillo-Castoria

Pochi mesi prima di partire avevamo letto sui giornali che un nave piena di migranti era stata speronata dalla guardia costiera italiana ed erano morte molte persone – ricorda il cestista – ma ormai avevamo già pagato e pur sapendo che rischiavamo la morte siamo partiti, non avevamo scelta”. Il primo tentativo di sbarcare in Italia però va male a Ndoja, il quale viene arrestato e maltrattato nelle carceri albanesi, ma poco dopo ritenta lo sbarco nello stivale: “Viaggiavo seduto su un carico di cocaina. Gli scafisti usavano noi bambini e le donne come scudi per i loro traffici. Quando arrivammo a 40 metri di distanza dalla riva ci buttarono in acqua, dovevamo continuare a nuoto, ma c’era chi come la mia sorellina non sapeva nuotare. Mio padre la prese in braccio e tutti insieme riuscimmo a raggiungere la riva”.

Il basket è servito a Klaudio per uscire dall’incubo passato, ma ancora adesso qualcuno osa tirare in ballo la sua etnia per insultarlo anche dentro i palazzetti italiani: “Ancora oggi quando giochiamo in trasferta mi urlano “albanese di merda, torna al tuo paese”. Quello che la gente che vive in questa parte del mondo non capisce è che nessun padre di famiglia metterebbe a rischio la vita dei propri figli su un barcone se non avesse davvero la necessità. Immaginatevi i vostri nonni che sono emigrati, oggi fanno la stessa cosa. Dobbiamo imparare a non giudicare per le persone non per la loro provenienza né per la classe sociale a cui appartengono”.

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