Rugby – A tutto Riccardo Raffaele: il mediano di mischia delle Zebre dall’inizio di carriera al rapporto con i compagni

Roberto Bregani

Il mediano di mischia Raffaele si racconta dopo le due gare da titolare nel Guinness Pro14 con le Zebre Rugby

L’aquilano Riccardo Raffaele ha risposto ai microfoni del sito delle Zebre nell’intervista settimanale. Il numero 9, alla sua seconda stagione a Parma, è reduce da due gare da titolare nel Guinness PRO14 e ci racconta dell’inizio della sua carriera e del suo speciale rapporto tecnico con compagni di reparto e con i tecnici Bradley e Troncon, due ex specialisti del ruolo a livello internazionale con le maglie di Irlanda e Italia.

Hai iniziato a giocare a rugby nella tua città, L’Aquila, una delle città con più tradizione rugbistica del paese. Parlaci di come il rugby è vissuto in città e quanto questa cultura ti ha influenzato nella tua crescita? Sono dovuto andare via molto presto dalla mia città per intraprendere il percorso dell’Accademia Nazionale, ma nonostante questo ho avuto il piacere di vivere degli anni unici: il momento del minirugby è il più divertente, e il disputare partite allo stadio Fattori e in luoghi che hanno fatto la storia della nostra città è stato un onore.

Quando hai capito che il mediano di mischia sarebbe stato il tuo ruolo, e chi è stato il tuo modello? L’ho capito in questi anni a L’Aquila, mi piaceva sia gestire tutta la squadra e sia intraprendere azioni individuali. Questo binomio è uno degli aspetti più importanti per un mediano di mischia. Vedendo molte partite di livello internazionale, ci sono giocatori di cui un bambino con il sogno di giocare a rugby si innamora. Uno di questi per me è stato l’australiano Genia, che conciliava una grande gestione della squadra e grandi azioni individuali.

Il 9 è il più importante punto di contatto tra mischia e trequarti. Quanto è importante la comunicazione con gli uomini di mischia e l’intesa con il mediano d’apertura? A rugby si gioca in 15, di conseguenza ci sono ruoli fondamentali che danno direttive a tutta la squadra. I due mediani hanno questo compito fondamentale: oltre ad avere un’intesa istintiva con il 10, il momento della comunicazione è fondamentale per rapportare nel campo a agli altri giocatori quello che noi vediamo, sapendo che tutta la squadra appoggia le nostre decisioni.

Nel 2015 e nel 2016 partecipi con l’Italia alla World Rugby U20 Champioship in Italia ed Inghilterra, insieme ai tuoi futuri compagni alle Zebre Minozzi e Licata. Che esperienza è stata per te? Un momento importantissimo, per un ragazzo di 19 anni è la prima esperienza nel rugby internazionale. È stata un’emozione unica per noi e anche dal punto di vista sportivo è stato un successo perché abbiamo raggiunto la salvezza, che era l’obbiettivo che ci eravamo prefissati.

Dopo due positivi 6 nazioni U20, e un’ottima stagione con Calvisano culminata con lo Scudetto 2016/17, hai ricevuto la chiamata delle Zebre. Cosa rappresenta per un ragazzo cosi giovane arrivare in una squadra di questo livello? Un onore ma anche un onere. Siamo consapevoli di essere al vertice del rugby italiano, e di conseguenza portiamo sulle spalle tutto il movimento rugbistico italiano. Oltre a questo bisogna viverla anche con tranquillità, consapevoli dei nostri mezzi e che con un determinato allenamento possiamo fare bene.

Hai esordito in Eccellenza col Rugby Calvisano, proprio come Palazzani e Violi prima di te. Quanto influisce nella tua crescita potersi confrontare con mediani di mischia del loro livello e della loro esperienza? Dal primo giorno che sono arrivato alle Zebre ho incontrato due persone, Violi e Palazzani, molto disponibili sia per il lavoro individuale extra e sia per quello collettivo e di reparto. Mi hanno dato indicazioni che, soprattutto durante il mio primo anno, mi sono state molto utili, non avendo mai vissuto il rugby a questi livelli.

Alle Zebre hai ben due coach con grande esperienza internazionale nel tuo ruolo come Bradley -40 volte nazionale irlandese tra il 1984 ed il 1995- e Troncon, primo Azzurro a superare i 100 caps con l’Italia dieci anni fa. Cosa significa poter confrontarsi ed imparare anche fuori dal campo dai tuoi tecnici? Significa molto: da un certo punto di vista, essendo stati mediani internazionali, sono molto esigenti, ma ci aiutano anche molto nella nostra crescita individuale, sia nei gesti tecnici e sia nella gestione della squadra.

Dopo le 5 presenze lo scorso anno, in questa stagione hai giocato la prima gara da titolare a Cardiff il 4 Novembre scorso, e la seconda consecutiva in casa con il Munster domenica. Grazie anche ai questi importanti minuti giocati ti senti cresciuto come fiducia nei tuoi mezzi? Si perché il rugby, a ogni livello, è importante innanzitutto giocarlo. Disputare due partite consecutive a questo livello mi ha dato molta più fiducia nei miei mezzi, con l’obiettivo di riproporre questa consapevolezza nelle prossime partite.

Le tue aspettative individuali e di squadra per la stagione? Con la squadra ad Agosto ci siamo prefissati l’obiettivo di combattere ad ogni partita, non regalando partite facili agli avversari. La vittoria è una conseguenza di quello che mettiamo in campo: l’impegno e la precisione nei dettagli in determinate fasi di gioco ci devono essere sempre. Individualmente il mio obiettivo è quello di dare sempre il mio contributo alla squadra, crescendo e accumulando più minuti possibili per avere più consapevolezza e fiducia nei miei mezzi.

Questa sera si torna in campo in Galles dopo che a Settembre gli Ospreys sono venuti a vincere qui al Lanfranchi. Cosa servirà questa volta per riuscire ad ottenere la vittoria in trasferta? Essendo una trasferta sarà una partita molto complicata. Rispetto alla scorsa partita contro Munster ci vuole maggiore precisione in ogni fase del gioco, sia dal punto di vista del piazzamento, sia nell’esecuzione di ogni gesto tecnico. Con questa premessa possiamo fare una buona prestazione a Swansea.

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