Chris Jordan “Running the Numbers” – Save The Duck a supporto della mostra fotografica

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Save The Duck al fianco della mostra fotografica “Running the Numbers” di Chris Jordan, in programma per marted’ 23 ottobre alle 19.00 alla Galleria Rossana Orlandi

Uscire dal vortice di abitudini tanto comode quanto dannose è una grande sfida, ma come tutti i cambiamenti, è più faticoso pensarli che affrontarli. Lo sa bene Chris Jordan che, sulla soglia dei 40 anni lascia l’avvocatura. La cultura del consumismo, difesa da avvocato, diventa il soggetto dell’artista di Seattle. Appassionato al lavoro di Andreas Gursky e Richard Misrach, studia il banco ottico, attratto dalla qualità suprema dei dettagli. Come un archeologo post-moderno esplora porti, zone industriali, discariche, fotografa “on location” e in studio. Più si addentra, più vede con chiarezza le contraddizioni, la confusione, l’assurdità di quella che definisce “un’apocalisse al rallentatore”.

Di fronte alle sue fotografie è impossibile restare indifferenti. Le opere di Jordan sono testimonianze concrete di un crescente degrado, coreografato e interpretato con grande sensibilità artistica. La collezione di immagini stupefacenti, da lontano seducono l’occhio; da vicino ingaggiano la mente e colpiscono il cuore. “Io faccio parte di una comunità di pensatori, artisti e scienziati consapevoli di quanto l’attuale modello di consumo non sia più sostenibile, ma siamo ai margini della società; al centro c’è una potentissima macchina controllata da industrie, aziende e politici che vive in negazione e non percepisce quanto gli effetti del consumismo siano devastanti, non solo per la natura ma per la psiche umana”, spiega Jordan.

Running the Numbers, e Running the Numbers II, in italiano, Diamo i Numeri, sono due serie nate nel 2006 e tutt’ora in corso, che visualizzano le dimensioni grottesche dei nostri consumi attraverso fedeli rappresentazioni di dati e statistiche. Una voracità collettiva di cui nessuno vuol essere responsabile. “La gente si diverte a scoprire gli strati molteplici delle mie immagini”, dice Jordan. “Durante le mostre s’informa, s’indigna, si entusiasma, ma la motivazione delle persone è come un colpo di remo: crea un piccolo mulinello che pian piano s’allarga poi sfuma e sparisce nella corrente.

Sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta ma i comportamenti non cambiano. Se l’effetto cumulativo dei consumi non è sostenibile, solo la coscienza di ciascuno può valutare il peso dei danni che produce, dando rilevanza all’impatto delle semplici azioni quotidiane. Durante la genesi della conferenza Senso di Colpa (20 aprile 2018), dedicato alla tragedia della plastica negli oceani, introdussi Rossana alle opere di Chris. Fu un colpo di fulmine. Questa mostra, al quale l’artista sarà presente, ne è espressione.

Nota dell’artista

Una sfida che il mondo iper-moderno presenta costantemente a ciascuno di noi è di cercare un punto di equilibrio tra i poli opposti che giorno dopo giorno si presentano in modo sempre più estremo. Camminare sul filo del rasoio, a metà tra orrore e bellezza, distruzione e rigenerazione, terrore e amore, tra tutti gli errori del nostro passato e la storia del futuro ancora da scrivere. Con quell’intento credo nell’importanza di affrontare l’oscurità del consumismo di massa. Non per soffrire, sentirsi in colpa e punirsi, non per caricare un peso impossibile sulle nostre coscienze ma perché, quando troviamo il coraggio di aprire gli occhi, guardare alla realtà del nostro tempo, e di sentire, si apre una porta. Chris Jordan

Le 6 opere scelte, esteticamente molto diverse, hanno in comune la plastica.

Over the Moon
Raffigura 29.000 carte di credito, equivalenti alla media di persone che ogni settimana hanno dichiarato bancarotta negli Stati Uniti nel 2010.

Blue
Raffigura 78.000 bottiglie di acqua in plastica uguale a 1/10.000 del numero stimato di persone nel mondo che non hanno accesso all’acqua potabile. Per racchiudere la statistica completa occorrerebbero 10.000 stampe di quest’opera che, messe una di fianco all’altra, occuperebbero uno spazio di 16 km.

Barbie Dolls
Raffigura 32.000 Barbie, uguale al numero di interventi elettivi di protesi al seno effettuati ogni mese negli Stati Uniti nel 2006.

Gyre II
Raffigura 50.000 accendini, uguale al numero stimato di pezzi di plastica che galleggiano in ogni miglio quadrato degli oceani.

Caps Seurat
Rappresenta 400.000 tappi di plastica che corrispondono al numero di bottiglie di plastica consumate ogni minuto negli Stati Uniti.

Waveforms
Questa è una serie di immagini ad altissima risoluzione che catturano i movimenti della luce sull’acqua. Probabilmente sono la definizione più alta di fotografie dell’acqua mai fatte.

Precedenti serie fotografiche
Midway
2009
La serie viene realizzata a partire dal 2009 alle isole Midway, nel cuore dell’oceano pacifico. In 8 viaggi, trova orrore e amore. Dallo sterminio di uccelli con la pancia piena di plastica alla sublime danza degli albatros. Ne risultano la serie fotografica Midway e il film, Albatross. Presentato a New York alle Nazioni Unite lo scorso 8 giugno, Giornata Mondiale degli Oceani, sarà proiettato in anteprima per l’Italia il 25 ottobre al Milano Design Film Festival.

In Katrina’s Wake
Portraits of Loss From an Unnatural Disaster – 2005

A Novembre del 2005, tre mesi dopo l’uragano, Jordan va a New Orleans e testimonia il costo del disastro a livello umano. Riesce a cogliere il vuoto delle 300.000 persone che hanno perso tutto e il pieno di detriti che, fissati nelle sue immagini, invitano a riflettere. Intolerable Beauty: Portraits of American Mass Consumption 2003-2005

Scioccato e attratto, esplora porti industriali e discariche dove si accumulano gli avanzi della società umana. “La portata immensa del nostro consumismo può sembrare desolante, macabra, persino comica, ironica e oscuramente bella; per me la sua consistenza è di una sconcertante complessità,” scrive Chris sul suo sito nel 2003. Fotografa containers, circuiti elettronici, telefonini, segatura, automobili, cicche di sigaretta…Intolerable Beauty è la sua prima serie, e la sua speranza è di risvegliare un senso d’appartenenza. “Nei nostri spazi interiori esiste sempre la possibilità di evolvere attraverso pensieri e azioni. Spero che queste immagini di stimolare un’auto-indagine culturale che potrebbe portare a conclusioni scomode, ma, come dicono i saggi, mettendosi un po’ a disagio c’è solo il rischio di sentirsi vivi e diventare più consapevoli,” conclude Jordan.

Perché Save The Duck
Save The Duck, il primo marchio di piumini 100% animal free, ha scelto di sostenere la mostra fotografica «Diamo i numeri» firmata da Chris Jordan e ospitata nella Galleria Rossana Orlandi, perché crede fermamente nella missione dell’artista statunitense da anni impegnato nel denunciare attraverso immagini e video l’impatto devastante dell’uomo sull’ambiente. Save The Duck significa letteralmente «salviamo l’oca». E il logo è una papera che fischietta spensierata. Ma tutti gli animali potrebbero «ringraziare» Save The Duck perché i capi dell’azienda sono 100% animal free e dunque non utilizzano piume, pellami, pellicce e in generale materiali / tessuti di derivazione animale. Non a caso nel 2015 Save The Duck ha aderito anche alla LAV (Lega Anti Vivisezione). Ma c’è di più. Con la collezione Recycled realizzata con lo speciale tessuto Grin ottenuto al 100% da PET riciclato, Save The Duck è scesa in campo a difesa degli oceani inquinati da decine di migliaia di tonnellate di plastica. Proprio al pari di Chris Jordan come testimonia anche l’opera Gyre II esposta alla mostra.

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