Il ‘falso’ razzismo di H&M scatena il caos, quando la discriminazione è negli occhi di chi guarda e non negli ideatori di una pubblicità

La pubblicità del bimbo di H&M diventa il capro espiatorio di accuse razziste ingiustificate, siamo sicuri che l’atteggiamento discriminatorio sia nella foto del brand e non negli occhi di chi ci ha visto del marcio?

Altro che ‘la bellezza è negli occhi di chi guarda‘. In questo caso è ‘la cattiveria‘, o ancora meglio ‘ il razzismo‘, che sta negli occhi di chi guarda. Di cosa stiamo parlando? Della bufera accaduta intorno al caso del bambino di colore che indossa una maglia con scritto ‘la scimmia più cool della giungla‘ della pubblicità di H&M. L’avrete sicuramente visto, perchè il faccino di quel bambino, ancor oggi con ogni probabilità inconsapevole di quello che l’ha reso famoso in tutto il mondo, è rimbalzata su tutti i giornali. Le accuse di razzismo verso il brand di abbigliamento sono diventate così popolari da diventare un hashtag su Twitter ed argomento di lotta razzista sui social di celebrità come Mario Balotelli e LeBron James. “Quel bimbo è il re del mondo”, tuona la stella dei Cavs (leggi qui). Su questo non c’è dubbio Signor LeBron, ma che si faccia dell’ignaro frugoletto un baluardo della lotta al razzismo ci sembra davvero un paradosso. Ci pare infatti davvero remota l’ipotesi in cui un addetto di H&M abbia messo addosso al celebre bimbo la felpa verde con la scritta ‘la scimmia più cool della giungla‘ per mandare un messaggio razzista a tutti coloro che l’avrebbero vista. È più probabile invece l’opzione secondo la quale, l’addetto allo shooting abbia fatto indossare al bambino una felpa qualsiasi, riguardante la tematica degli ‘animali della giungla’. Non tutti hanno infatti avuto modo di vedere che nella foto intera del servizio fotografico, appare accanto al celeberrimo fanciullo, un altro bambino (meno famoso, per fortuna sua) con una felpa arancione ed una tigre con su scritto ‘esperto di sopravvivenza‘. Siamo proprio sicuri che il razzismo della campagna pubblicitaria sia stato veicolato da coloro che hanno dato vita al criticato servizio fotografico e non da coloro che ne hanno visto il messaggio discriminatorio dandogli riverbero? Se errore c’è stato, non bastava una semplice segnalazione di inadeguatezza della foto, al posto di una polemica senza fine che accusa H&M di razzismo? Non rischiamo così di vedere dappertutto ‘fantasmi razzisti’ che non esistono nella realtà e di scorgere in qualsiasi cosa delle discriminazioni irreali? Ricordando che il termine ‘monkey’ è associato spesso in inglese ai bambini, come noi useremmo il vezzeggiativo ‘scimmietta’ in italiano riferito ai bebè, il termine non ci pare ‘meritevole’ di cotanta polemica. Non più, quantomeno, di molti altri atteggiamenti razzisti ed ipocriti di cui ogni giorno anche inconsciamente riempiamo le nostre vite.

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