Moto2, una storia da pelle d’oca – A tutto Morbidelli, Franco tra gioie e dolori: “non cerco risposte al gesto di mio padre, Vale? Ecco cosa ha fatto per me”

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A tutto Morbidelli: dalla morte di papà Livio al primo tenero incontro con Valentino Rossi. Franco, campione in pista ma così come nella vita

LaPresse/Alessandro La Rocca

Franco Morbidelli è il campione del mondo di Moto2. Una stagione strepitosa quella del 22enne italobrasiliano, che ha potuto festeggiare con un pizzico d’anticipo, a Sepang, a causa del forfait forzato di Luthi, infortunatosi a causa di un brutto highside in qualifica. Tutto sorrisi e boccoli, Franco Morbidelli nasconde un pizzico di malinconia nel suo sguardo, a causa delle dure prove che ha dovuto superare nella sua giovane vita. Il ‘Morbido’, ha iniziato a guidare sin da piccolo, ereditando la passione di suo padre Livio, che per lui ha abbandonato la sua officina per trasferirsi a Babbucce, e portare il figlio il più vicino possibile al campione dei campioni, Valentino Rossi.  In una lunga e bellissima intervista rilasciata a Sport Week, Franco ha raccontato le diversità di pensiero tra la madre e il padre ma anche le differenze tra vivere nella capitale e vivere in un piccolo paesino:

“mamma non voleva assolutamente. Mentre noi due, veri matti, stavamo scommettendo forte per rincorrere le moto. Ci siamo spostati prima io e papà, dopo un po’ ci ha raggiunto lei. A Babbucce mi sono trovato da Dio. A Roma il mio limite era la fine della via. Bastava oltrepassarlo di qualche passo e già sentivo l’adrenalina, se facevo le impennate con la bici, dovevo stare attento alle vecchiette sul marciapiede. Qui invece, i ragazzi si spostavano dove volevano a 11 anni. Le stalle! Andavo dagli amici che avevano i maiali. L’accento romano sembra sia scomparso. Ricompare quando mi arrabbio. In quei casi è il più efficace.

Una passione, per le due ruote, avuta sin da bambino. Ma il mondo delle moto è molto caro e difficile da vivere senza un sostegno e con poca esperienza. E questo Franco lo sa bene:

“Ovvio che l’aver respirato motociclismo fin da quando ho memoria mi ha influenzato ma un predestinato è uno che ha il proprio destino già scritto. E io ho smesso di credere in questa parola a 14 anni: stavo per abbandonare le corse, in casa non avevamo più soldi, eravamo in difficoltà. Dopo dieci mesi di vittorie in Spagna, abbiamo ripiegato sulla Stock600, una categoria molto meno costosa, dove sono rimasto fino a 18 anni, quando ho vinto l’Europeo. In quel periodo ho capito che dovevo scrivere da solo il mio destino. Simone Corsi, Davide Gugliano e Michel Fabrizio erano i miei idoli, e Simone su tutti. Quando avevo cinque anni, mi fece provare la sua minimoto. Non volevo nemmeno toccarla per l’emozione. Il mio primo maestro è stato suo nonno Spartaco. Mi gridava: “Franchino, guarda avanti”! Perchè mi guardavo sempre intorno“.

Poi il primo incontro con Valentino, a casa del fratello Luca. Il Dottore si è subito mostrato dolce e interessato, nei confronti di un ragazzino, un bambino, col braccio rotto. Morbidelli ricorda col sorriso quel momento:

“a 9 anni in casa di suo fratello Luca Marini. Avevo il polso rotto e Vale mi consolò: ‘sono cose che succedono in questo sport!’ La seconda volta fu in pista, alla Cava. Avevo 13 anni e all’inizio non mi sembrava nemmeno lui, ma quando mi ha passato in pista sono caduto dall’emozione”.

Nel 2013 poi la sofferenza piomba nella vita di Morbidelli: suo padre Livio ha deciso di togliersi la vita, lasciando Franco e sua madre. Il giovane pilota ha quindi dovuto trovare la forza necessaria per andare avanti, crescendo forse troppo in fretta, ma trovando ancora più motivazioni per continuare a seguire i suoi sogni, che erano un po’ gli stessi di suo padre, riuscendosi pienamente anche grazie al supporto di Valentino Rossi:

“un episodio tremendo, straziante, il peggiore della mia vita. Così come la gioia di questo mondiale mi seguirà per tutta la vita, anche la sofferenza resterà sempre con me. Mamma e io abbiamo dovuto imparare a vivere da soli tra tante difficoltà. Però bisognava convincerci e non lasciarsi rovinare. Dovevo diventare più forte per sconfiggere il dolore, la rabbia. In due anni sono dovuto crescere moltissimo. E’ stato un nuovo inizio. Non è semplice entrare nella testa di una persona, soprattutto a 50 anni… Non ho cercato risposte al gesto di mio padre.. non le voglio neanche cercare. Vale, che già mi aiutava nelle scelte, mi portò a pranzo nella sua pizzeria Da Rossi. Mi sorprese con queste parole: ‘voglio seguirti dal punto di vista manageriale, posso offrirti la mia esperienza, il ranch. Ne ho passate tante e saprei come aiutarti. Se hai voglia e ti fa piacere, posso metterti a disposizione tutto questo, e cercare di portarti subito in Moto2’. Non sapevo cosa dire. In queste situazioni mi compare solo un gran sorriso in faccia.

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