L’italiano disfattista chiuda la bocca: ecco perché l’Italia ha talento e il futuro è azzurro oltre la (S)Ventura

Basta disfattismo, il movimento calcistico italiano è più vivo che mai nonostante il disastro Ventura: l’Italia ha davanti un futuro più azzurro di quello che si pensa

Ieri notte, lo 0-0 fra Italia e Svezia ha segnato il punto più basso toccato dal calcio italiano negli ultimi anni. Complice la sconfitta a Solna, l’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018, evento che non accadeva dal 1958, sconfitti dall’Irlanda del Nord. Un’eliminazione che brucia e che fa soprattutto discutere. Quella italiana è una popolazione composta in prevalenza da ‘allenatori’. Torna di moda il classico “siamo tutti ct”, ognuno si sente in grado di commentare, consigliare, allenare. Peccato che poi, l’imputato principale del fallimento azzurro sia l’unico qualificato realmente per fare il commissario tecnico, Giampiero Ventura. A questo punto va fatta subito una premessa: essere ct della Nazionale ed essere un allenatore di club sono due concetti diversi e soprattutto non consequenziali. Ventura, che in passato si è dimostrato un buon allenatore alla guida di Bari e Torino, non è in grado di gestire una Nazionale. Solo un anno fa celebravamo il successo di Antonio Conte che con il suo carisma ha guidato una Nazionale grintosa e compatta, pronta a dare il 110% in campo e sudarsi la maglia azzurra, arresasi solo alla sfortuna della lotteria dei rigori contro la Germania agli Europei. Un anno dopo ci ritroviamo sul fondo del baratro, con una squadra ben più forte.

LaPresse/Jennifer Lorenzini

Va smontata subito la clamorosa bugia che questa sia un Italia priva di talento. Pellè ha lasciato il posto a Belotti, Thiago Motta a Verratti, Giaccherini a Bernardeschi. Senza contare che il ‘made in Italy’ sta prendendo sempre più piede nelle big d’Europa: Verratti (PSG), Zappacosta (Chelsea), Darmian (Manchester United), Gabbiadini (Southampton), Zaza (Valencia). Dimostrazione di come il talento all’estero venga apprezzato. Chiariamo anche il concetto della “mancanza di titolarità”. Se i giocatori sopracitati giocano (quasi tutti) titolari in squadre di vertice nei maggiori campionati europei, partecipando alla Champions, chi gioca in Serie A non è da meno: Insigne illumina le notti di Coppa del Napoli così come Jorginho, il blocco Juve + Bonucci partecipa alle coppe europee, così come i calciatori di Roma e Lazio, tutti titolarissimi o al massimo 12° uomo, ruolo di sempre maggior caratura nel calcio. Alla luce di queste constatazioni, il problema non può che essere quello di come scendano in campo questi giocatori. Il dito va puntato irrimediabilmente contro Ventura. Non sappiamo se sia peggio veder giocare solo 15 minuti su 180′ ad Insigne, nell’arco di due sfide, o vederlo in campo da terzino, completamente privo della sua anima offensiva. Vedere una squadra che gioca con Immobile e Belotti, due doppioni, costretti a calpestarsi i piedi e che annullano qualsiasi soluzione offensiva che non sia circoscritta all’area di rigore. Una squadra prigioniera di un giropalla sterile che nasce e muore in difesa con un lancio lungo di Bonucci, incapace di cambiare pelle e modulo, un po’ per limiti tecnici un po’ per limiti caratteriali.

La sintesi di Ventura sta tutta qui. Un allenatore apparso quasi ‘costretto’ all’utilizzo del 3-5-2, a sacrificare esterni di talento come Insigne, El Shaarawy o Bernardeschi, in favore dei tanto decantati ‘automatismi’ di un modulo che funziona solo a tinte bianconere. Quest’ultimo punto ci permette di sfatare un altro tabù: “l’addio dei senatori lascia un vuoto di talento che i nostri giovani non sono in gradi di colmare“. Assolutamente no. L’Italia negli ultimi anni ha generato diversi talenti tali da, se valorizzati in maniera corretta, poter portare la Nazionale al vertice. Buffon lascia il posto a Donnarumma, Rugani raccoglie l’eredità di Chiellini, via i ‘vecchi’ De Rossi, Parolo, Eder, spazio al talento dei vari Pellegrini, Gagliardini, Bernardeschi, Locatelli e ai naturalizzati Emerson e Diawara. Tutti giocatori di top club di vertice in Serie A. Magari inoltre, con l’addio dei senatori, cadrebbe quel veto inutile e dannoso alla non convocazione di Balotelli, unico centravanti in grado di aggiungere del talento ad un attacco monotematico.

Quello di ieri notte è stato il punto più basso, è vero, ma dal quale adesso si può solo risalire. L’aura di negatività che investe il movimento calcistico italiano è fin troppo esagerata. Il futuro del calcio italiano è più roseo di quello che si crede. È necessario ripartire da un progetto serio, da una nuova guida tecnica in grado di coltivare talenti e farli giocare nel modo giusto: il materiale c’è, l’ambizione pure, i vivai italiani danno vita a giovani calciatori come non succedeva da anni. Se magari cambiasse anche il regolamento FIFA che, ad oggi, preferisce un Mondiale senza Italia e Olanda, nel girone con Spagna e Francia, ma permette gruppi nei quali Serbia, Irlanda, Polonia e Danimarca passeggiano su Modavia, Georgia, Armenia e Kazakistan, magari allora l’Italia potrebbe anche mettersi la 5ª stelletta sul petto.

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