MotoGp – Valentino Rossi in pista ad Aragon, la critica non lo risparmia: “non è un bell’esempio, ci lamentiamo del doping e poi…”

LaPresse/Alessandro La Rocca

Il giornalista della Gazzetta dello Sport Minoliti elenca tre motivi per cui il rientro lampo di Valentino Rossi non rappresenti un bell’esempio

Il rientro lampo di Valentino Rossi ha sorpreso tutti, piloti compresi, stupiti dal vedere il pesarese già in sella alla sua M1 a 23 giorni dall’incidente in enduro occorsogli lo scorso 31 agosto. Tutti ad applaudire il Dottore, autore di un recupero a tempi di record, ma qualcuno che lo critica c’è eccome. In particolare il giornalista della Gazzetta dello Sport Nino Minoliti che, sulla rosea, ha elencato tre punti che sottolineano come il rientro di Valentino Rossi ad Aragon sia alquanto azzardato.

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Premessa doverosa: qui nessuno vuole scalfire il Mito di Valentino Rossi. Ma la sua decisione, avallata peraltro dai medici, di tornare in sella per le libere di Aragon a 22 giorni dall’incidente che gli era costato la frattura di tibia e perone della gamba destra, mi lascia profondamente perplesso” le parole di Nino Minoliti sulla Gazzetta dello Sport. “E questo per almeno tre motivi, il primo dei quali riguarda la salute: ma come, stiamo qui a preoccuparci tanto delle influenze nefaste che può avere il doping sugli atleti, pensando anche al loro futuro di persone normali, e ci mettiamo ad applaudire un pilota che dovrà verosimilmente imbottirsi di antidolorifici per resistere alle tremende sollecitazioni di una moto da gran premio? E se dovesse cadere, col rischio oltretutto che una moto di quasi 160 chili gli finisca sulla gamba «convalescente»? Sono il primo a fare gli scongiuri e tutte le corna di questo mondo, ma è un’eventualità che persino Valentino non può non aver messo in conto. Senza dimenticare, poi, che in pista non sarà da solo: e gli avversari, a quel punto giustamente, non gli devono nessun atteggiamento di riguardo (né Rossi lo pretenderebbe, di questo siamo certi).

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Poi c’è la questione dell’esempio. Certo, dal punto di vista dell’epica, la leggenda di Valentino esce ingigantita da questo recupero lampo. Ma immagino un papà con un figlio appena caduto in moto, e magari col gambone ingessato: quando il ragazzo vedrà il suo eroe tornare in sella dopo tre settimane, mentre a lui il medico ha detto di scordarsi la moto almeno per quaranta giorni, chi riuscirà a tenerlo fermo? Hai voglia a dire che Valentino è un fenomeno, che parliamo di un super campione, che i tempi di recupero di un atleta sono diversi da quelli di una persona normale… Ragionamenti che valgono per chi ha i capelli brizzolati, non per chi è in piena tempesta ormonale… Forse sarebbe il caso di mettere sotto le immagini di Rossi ad Aragon quelle didascalie che scorrono sotto certi spot girati con stuntman professionisti: attenzione, non imitare, potrebbe essere molto pericoloso.

Infine, c’è il rispetto del proprio corpo, cioè della propria vita. Niki Lauda nel 1976 tornò in pista appena 42 giorni dopo il terribile rogo del Nürburgring. Le piaghe delle ustioni ancora gli sanguinavano, ma si stava giocando il Mondiale. Però in Giappone, all’ultima gara, dopo un giro sotto il diluvio, decise di fermarsi: la sua vita non aveva prezzo, altro che Mondiale. Per quello ci sarebbe stato sempre tempo e infatti lo rivinse l’anno dopo. E pensare che lo ritenevano un robot…“.

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