‘C’è un piccolo buco nel pavimento…’, Ray Allen racconta il ‘suo’ Olocausto: “come possono gli uomini fare tutto questo?”

Gary Coronado

In una lettera scritta per il The Players’ Tribune, Ray Allen ha ripercorso il suo viaggio in Polonia tra i campi di sterminio dei nazisti

Una storia difficile da leggere, figuriamoci da raccontare e vivere. Un viaggio negli orrori dell’Olocausto che Ray Allen ha compiuto in prima persona per capire a fondo cosa è successo all’interno dei campi di concentramento. In una lettera scritta per il The Players’ Tribune, l’ex cestista statunitense ha ripercorso questa sua esperienza raccontando nei minimi dettagli le sensazioni provate in quei campi dell’orrore.

C’è un piccolo buco nel pavimento della cucina, che conduce ad un piccolissimo spazio segreto. Questa diapositiva è impressa nella mia memoria. Un buco lungo forse un metro e mezzo e largo altrettanto. Il proprietario della casa disse: “Ci facevano stare sei persone lì dentro, quando arrivavano i nazisti”. Il proprietario è Tadeusz Skoczylas, e la casa in cui eravamo è appartenuta alla sua famiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Una piccola casupola di mattoni nella cittadina di Ciepielow, in Polonia: il tetto è rosso e i giorni migliori sono alle spalle. La porta principale dà sulla strada ed è aperta.

Nel giardino sul retro, si notano alcuni ripostigli per il fieno e altri piccoli capanni per gli attrezzi. Sono in Polonia da ormai qualche giorno e l’orrore della storia di cui sto facendo esperienza è travolgente. Eppure, lo sento essere qualcosa di diverso. É un sentimento così mio. Guardo a questo minuscolo spazietto e immagino sei persone rannicchiate lì dentro, che si nascondono dalla morte. Sei persone vere si erano chissà come accovacciate in quel piccolo buco davanti a me. Nemmeno così tanto tempo fa. Non è un libro di storia, nemmeno un museo. Era proprio lì. 

Tadeusz mi ha spiegato che un giorno, nel 1942, soldati nazisti bussarono alla porta di casa dopo la soffiata di qualcuno. Nel villaggio avevano detto loro che gli Skoczylas, una famiglia di dieci elementi, stavano nascondendo alcuni ebrei. In questo particolare giorno, il ragazzo più giovane della famiglia non era a casa quando i soldati arrivarono. Gli Skoczylas erano nove. I nazisti alzarono il sopracciglio e iniziarono a mettere a soqquadro la casa. Trovarono la botola segreta, ma gli ebrei nascosti dalla famiglia non erano lì in quel momento. Erano già andati via.

Senza dire una parola, i nazisti passarono alla famiglia della porta accanto. Presero il bambino più piccolo. La punizione per le famiglie che nascondevano ebrei era morte, per tutti, e i soldati avevano un nome da rimpiazzare.

Presero i nove Skoczylas più il bambino dell’altra famiglia e li freddarono davanti a quei fienili che sono ancora lì, oggi.

Quando l’ultimo degli Skoczylas tornò a casa, trovò tutta la sua famiglia morta.

Egli divenne poi il nonno di Tadeusz. La casa rimase nelle mani della famiglia Skoczylas e il nonno di Tadeusz visse lì. Ora ci vivono lui e la moglie.

Non potevo crederci. E mentre camminavo tra le stanze della casa, questa sensazione mi pervase da cima a fondo. Questa drammatica storia era lì, di fronte a me. Ed è così reale. Potevo avvicinarmi ad essa e toccarla. La sentivo tra le mie dita e ne percepivo l’odore. Era una cosa tangibile.

Feci quel viaggio solo pochi mesi fa. Fu la mia prima volta in Polonia. Andai là per imparare di più su qualcosa che mi ha interessato fin da quando ero un ragazzino: l’Olocausto. Avevo letto tantissimi libri e articoli a riguardo, ma leggere inchiostro su carta non è la stessa cosa che vedere tutto ciò dal vivo.

Poi ho visitato il Museo dell’Olocausto a Washington D.C., per la prima volta nel 1998. Stavo giocando per i Milwaukee Bucks. Ero nella capitale per incontrare il proprietario di allora, Herb Kohl, in estate. Fu proprio Mr. Kohl a suggerirmi di passare dal Museo dell’Olocausto nel mio ultimo giorno in città. Non dimenticherò mai come mi sentivo dopo due ora là dentro. Come se fossi stato rinchiuso per due giorni. Il responso naturale che ho avuto è stato il convincimento che tutti devono visitare quel museo.

Una stanza, tuttavia, mi sovviene più frequentemente delle altre. É piena di foto di ebrei residenti in una piccola città polacca. Le fotografie sui muri si estendono fino al cielo, dove sono baciate da una luce proveniente dalla finestra. Il 90% delle persone ritratte nelle foto sarebbero, di lì a poco, state mandate a morte certa. Prima che venissero deportati o uccisi, essi dovevano lasciare alle loro spalle ogni loro avere, ogni amico e – ovviamente – ogni famigliare.

Le persone di queste comunità ebraiche vennero spinte al limite assoluto dei loro istinti umani. Volevano solo sopravvivere. Per questo i racconti sulla fratellanza e sul cameratismo sono così stupefacenti e motivanti. Sono un modo per ricordare ciò di cui è capace l’animo umano: sia per il Bene che per il Male. 

Onestamente, mi ha fatto sentire inutile. Il che è strano per un giovane giocatore NBA che si pensa sul tetto del mondo. Stavo cominciando a capire che ci sono cose al di fuori della mia bolla che contano assai maggiormente. Volevo che i miei compagni provassero le stesse emozioni. Così, in ogni squadra in cui ho giocato da lì in poi, ogni qualvolta giocavamo a Washington, chiedevo al coach se potevamo impiegare il tempo libero andando al museo. Ogni visita al museo fu differente, ma ogni compagno mi ha ringraziato per averlo portato. Riuscivo a vedere nei loro occhi una migliore prospettiva delle vita dopo quell’esperienza.

Pensavo di sapere già cosa fosse l’Olocausto, e ciò che significava. Andai in Polonia con alcuni amici fidati per imparare di più. Ma la parte più profonda di me non era pronta ad essere sconvolta a tal punto. Avevo visto tantissimi documentari e film su Auschwitz, ma nessuno di essi mi aveva preparato a sufficienza. La prima cosa che ho sentito camminando tra quelle grate di acciaio fu… un peso. L’aria attorno a me era pesante. Andai sulle rotaie che trasportavano i prigionieri ai campi e potei udire l’Alt! urlato al capotreno. Mi servì un respiro profondo per ristabilizzarmi. Era tutto così immediato, così soverchiante.

Camminammo tra le baracche e le camere a gas e ciò che meglio ricordo è ciò che ho sentito: il nulla. Non avevo mai sentito un tale silenzio. A parte il suono dei nostri passi, la totale assenza di suono era quasi frastornante. É inquietante e motivo di riflessione. Sei in piedi, in queste stanze dove sono state uccise così tante persone e la mente prova a trovare i termini per descrivere, immaginarsi, ciò che è accaduto in quei luoghi.

Una domanda continuava a ripetersi nella mia testa: come possono gli umani fare questo a loro simili?

Come può una persona metabolizzare tutto ciò? Non può.

Non è una storiella. É l’umanità. É adesso. É una lezione di vita per ciascuno di noi.

Dopo che Tadeusz Skoczylas ci ha portato nella casa di famiglia, rimasi nel cortile per conto mio per qualche momento, riflettendo su ciò che stavo toccando con mano.

Perché vogliamo sapere dell’Olocausto? Solo perché vogliamo essere sicuri che nulla del genere possa capitare di nuovo? Perché sei milioni di persone morirono? Sì, ma c’è un motivo maggiore, penso.

L’Olocausto parla delle relazioni tra esseri umani – reali, persone normali come voi e me. Di come gli uni trattano gli altri.

La famiglia Skoczylas rischiava la propria vita per nascondere persone che a malapena conoscevano: non lo stavano facendo per praticare i precetti di una certa religione, nemmeno per ragioni di razza. Lo facevano perché erano persone perbene, esseri umani coraggiosi, del tutto simili a coloro schiacciati nella botola. Gli Skoczylas sapevano che gli ebrei non meritavano ciò che veniva fatto loro.

Mi posi una domanda davvero difficile: avrei fatto la stessa cosa?

Davvero, l’avrei fatto o no?

Quando sono tornato a casa, in America, ricevetti diversi messaggi privi di buonsenso, disarmanti e demoralizzanti. Erano rivolti a me sui social media, in riferimento al mio viaggio in Polonia. Alcune persone pensarono che io volessi dedicare il mio tempo per aiutare uno sperduto posto in Europa e non per dare una mano alle persone bisognose nelle comunità afro-americane.

Mi dissero che i miei antenati si sarebbero vergognati di me.

So bene che è pieno di cretini online, ai quali nemmeno dovrei prestare attenzione, ma stavolta è diverso. Perché ho capito qual era l’origine della lamentela. Capisco che ci sono molte cose da sistemare in America al giorno d’oggi, ma la gente ha reagito in maniera sbagliata alla mia visita polacca. Non andai là da afro-americano, tantomeno come un bianco, un cristiano o un ebreo: andai là come un essere umano. 

É facile dire “Vorrei essere sicuro che questo tipo di cose non accadano più”. Ma sono andato ad imparare ciò che davvero successe durante l’Olocausto, e cosa potevo portarmi a casa da quest’esperienza. La gente che pensa che io non stavo spendendo il mio tempo nel modo migliore, beh, sbagliavano tipo di ragionamento. Non dovremmo etichettare nulla come questo o quello. Perché facendo così, creeremo preconcetti, partiremo prevenuti, che è l’origine delle cose orribili come Auschwitz.

Dobbiamo fare di più per combattere l’ignoranza, promuovendo altresì l’apertura mentale: le divisioni, i muri sono la principale peste della società moderna.

Ricordo che, da ragazzo delle scuole elementari, era abitudine scriversi con un paio di amici da tutto il mondo. Non vedevo l’ora di ricevere loro lettere. Volevo conoscere come vivevano, sapere sempre di più sulle loro vite. E ora sento che tutto ciò si sta un po’ smarrendo. Sembra che ora l’unica cosa che riusciamo a vedere è noi. Vogliamo solo e soltanto ricercare noi. Qualsiasi cosa noi significhi.

Penso alla famiglia di Tadeusz. Chi definivano come noi?

Vedevano noi come ogni singolo essere umano, senza badare al colore della pelle o alla religione d’appartenenza. Credevano fermamente che qualunque persone avrebbe meritato un rifugio. Ed erano disposti a morire per questa convinzione.

É qualcosa che è bene ricordare. Sempre”.

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