Ciclismo eroico, l’impresa di Marco Pantani sul Mortirolo: l’emozionante ricordo di Valerio Capsoni

Valerio Capsoni ha raccontanto le sue sensazioni sul Mortirolo quando Marco Pantani emozionò il mondo a due ruoti

Valerio Capsoni è uno scrittore e cicloamatore molto esperto e oggi sul proprio profilo Facebook ha voluto raccontare la sua avventura sulle Dolomiti, Rombo, Stelvio e il difficilissimo anello Mortirolo – Gavia, ricordando l’impresa di Marco Pantani.

mortirolo“Dopo le Dolomiti, il Rombo e lo Stelvio, il nostro ultimo giorno sulle Alpi prevederebbe il tentativo di compiere l’anello Mortirolo – Gavia, e la giornata spettacolare che ci accoglie ci fa ben sperare almeno sull’aspetto meteorologico. Ci incamminiamo quindi col camper da Cepina in direzione Tirano, e dopo due chilometri una deviazione ci porta sulla strada nuova, per gran parte in galleria. Pensiamo che comunque un’alternativa per il transito in bici ci sia, quindi speranzosi continuiamo a scendere la valle, in vista della grande frana di 20 anni fa. Ammetto di attendere con particolare preoccupazione la vista del Mortirolo, che per tanto tempo è stato oggetto di discussioni fra me e Alberto sulla sua durezza. Dal canto mio non sono tanto sicuro di percorrerlo senza mettere il piede a terra, tanto le descrizioni che ne ho appreso mi hanno messo in agitazione. Passiamo finalmente accanto a Mazzo, e guardando in su capisco che cosa ci attende. C’è caldo, finalmente dopo una settimana partiamo in maglietta e pantaloncini, e l’umore è alto. C’è l’aria delle grandi occasioni. Mentre risaliamo verso Mazzo, non mi sembra neanche vero che da lì a poco starò affrontando le prime rampe del Mortirolo“.

mortirolo 2“Ci siamo. Entriamo in paese, svolta a sinistra, oltrepassiamo la colonnina del tempo, e azzeriamo i cronometri. Alberto parte subito col suo ritmo, io non lo guardo nemmeno andar via, mentre i primi tornanti sono quelli di una salita ancora tutto sommato normale. Quasi al terzo chilometro però, senza praticamente accorgermene, mi ritrovo già col 34×29, e le ruote incollate alla strada. È iniziato il vero Mortirolo, quei 9 chilometri che sono il banco di prova di ogni ciclista che vuole definirsi tale. Guardo il contachilometri. 7 all’ora. “Meglio delle Tre Cime”, penso. I battiti sono dentro la soglia, e il morale sale. Sto bene, e credo anche di capire quali tratti al 20% e più mi lasci progressivamente alle spalle. In certi momenti mi sembra di essere in surplace, ma poi la pendenza molla quel tanto che basta per proseguire. Il bosco non mi permette di capire che cosa mi aspetta dopo ogni curva, ma di tanto in tanto lascia degli spiragli per guardare giù, e rendersi conto di quanto si è già salito con così poca strada. Supero una signora che sale di buona lena con una mountain bike”.

LAPRESSE

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“Meno male che non passano né macchine né moto, perché altrimenti sarebbe un problema, visto che la strada è veramente stretta. L’unico riferimento che ho, a parte il contachilometri, sono i cartelli in legno distribuiti lungo la salita che indicano il nome e la quota delle piccole frazioni dislocate lungo i suoi tornanti. Ormai ho preso il mio ritmo, sempre 7 all’ora, e faccio il conto alla rovescia per il nono chilometro, quando so che il peggio sarà passato. All’improvviso, ad un tornante a sinistra, mi trovo davanti il monumento a Marco Pantani. Marco mi sorride, e da quel momento la strada diventa più facile. Ripenso a quando lo affrontò anche lui per la prima volta, rivelandosi al mondo. Addirittura all’inizio della salita si rese conto che il rapporto più agile non gli entrava, e non era certo un 34×29, e lui tutto contento andò su col 39×23, staccando Indurain e andando a vincere sull’Aprica. Era il 5 giugno 1994, nella tappa che partiva da Merano. Quel giorno piansi, come molte altre volte negli anni successivi vedendo scattare Marco in salita”.

Marco Pantani (16)“Supero un ragazzino che spinge a piedi la sua bicicletta. “Sali su sta bici!” gli dico, e lui mi risponde con un sospiro. Ormai sta finendo. Metto un rapporto più duro, mi alzo sui pedali, e mi ritrovo nella radura con le mucche che indica l’approssimarsi dell’ultimo chilometro. Sono felice, anzi, sono strafelice. Da lontano vedo Alberto che mi aspetta, assieme ad altri ciclisti. Mi incitano, l’ultimo scatto, e sono arrivato! Ho scalato il Mortirolo! Nel frattempo arrivano altri ciclisti, che dopo scopriremo provenire da tutta Europa. E’ una festa. Ci sono danesi, olandesi, tedeschi, spagnoli. Alberto è orgoglioso e soddisfatto. Al quarto chilometro aveva temuto per qualche attimo, ma poi la sua tempra battagliera lo ha portato su come al solito. Mentre scattiamo le foto, incitiamo chi sta per arrivare al famoso cartello in legno, e sulla faccia gli leggiamo tutta la fatica che fino a poco prima era la nostra. Non ci resta che scendere, e renderci conto lungo la discesa di quanto sia realmente dura questa salita. Una salita che grazie a Marco è entrata nella leggenda del ciclismo”.

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