Lunedi 5 Dicembre

Pasticcino Hodgson: da Milano all’Inghilterra la storia non cambia

LaPresse/PA

A Milano ancora ricordano i suoi errori; in Inghilterra ne pagano le scelte

A Milano, sponda nerazzurra, ancora lo ricordano col suo soprannome: “pasticcino”. Sugli spalti, negli anni 90,
a San Siro, erano frequenti gli improperi destinati a quello strano personaggio inglese che sedeva sulla panca interista, “pasticcino Hodgson”.

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C’è chi si stupisce dello 0-0 di ieri dell’Inghilterra contro la Slovacchia. Stupirsi di cosa? Forse del fatto che Roy Hodgson si sia inutilmente complicato la vita, mettendo la nazionale inglese in crisi, sostituendo contro Hamsik e compagni ben 6 giocatori della formazione che aveva messo in campo la volta prima definendola titolare? Nulla di strano per Roy, tutto regolare. Roy non pensa come la maggior parte dei comuni mortali. Roy ama la pipa, riflette molto, forse troppo, su ogni scelta. E forse per questa sua lentezza, le sue mosse il più delle volte sono sbagliate. Anche ieri, per esempio. Solo dopo che il Galles aveva rifilato il terzo gol alla Russia, “pasticcino” si è dato una mossa. Ritornando sui suoi passi. Quindi dentro chi era rimasto fuori, e gran confusione di ruoli, in campo e nella testa ei suoi giocatori. Rooney. Alli. Kane. Ma è troppo tardi. Nulla cambierà. Roy “pasticcino” Hodgson ne ha combinata un’altra delle sue.

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Lui è tranquillo, però. Dice che la squadra è giovane e crescerà. Forse non sa che l’Europeo non dura anni, ma settimane, quando va bene. Del resto, cosa aspettarsi da “pasticcino?” Basta ricordare alcune delle sue “eroiche” scelte nerazzurre: a forza di sbagliare vocale (appositamente o erroneamente?) chiamando Pirla il giovane Andrea Pirlo, lo fece scappare dall’Inter regalandolo così a concorrenza rossonera e bianconera; decise di vendere Roberto Carlos perché disse che in quel ruolo vedeva molto meglio Pistone (con grande stima di Pistone, Roberto Carlos fece una carriera leggermente più vincente). A dirla tutta, ci avevano visto giusto Aldo Giovanni e Giacomo, che all’epoca, con Giacomo, preparavano surreali lezioni d’inglese con Mister Roy: forse era l’unico modo di sfruttare correttamente quel periodo milanese di quello strano allenatore inglese.