Sabato 10 Dicembre

L’errore di Djokovic e i fischi di Roma

LaPresse/Alfredo Falcone

Agli Internazionali di Roma vanno ancora di moda gli antiquati fischi

A un certo punto Djokovic sbatte violentemente a terra la sua racchetta. La quale rimbalza in aria compiendo irregolari giri. Quello che stupisce, in questo fermo immagine di questo importante quarto di finale degli Internazionali di Roma, è la reazione del pubblico. Urla. Fischi. Buu.

LaPresse/Alfredo Falcone

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Ok, d’accordo, il tennis è gioco che richiede il silenzio, in campo e sugli spalti. Ma perché fischiare un giocatore che nel 2016 esprime un momento di umana stizza? È davvero possibile che il pubblico del tennis sia rimasto ancorato a certe leggi, oggi ammuffite e stantie? Non è bellissimo poter ammirare dal vivo la reazione quasi animalesca del disappunto di un tennista incavolato per la sua pessima e non riuscita giocata? Non è la bellezza dello spettacolo sportivo poter provare dal vivo l’esperienza fisica della reazione istintiva di uno sportivo che ha fatto a suo modo “tilt”? Anche perché spesso sono proprio questi momenti di “rottura” con sé stesso che poi resettano il cervello di un campione e lo riportano al top della condizione fisico-mentale. Forse che chi siede sugli spalti non ha mai provato questa sensazione, giocando a tennis? Frustrazione, rabbia, insoddisfazione per non riuscire a esprimere in campo, in quel momento, quello per cui ci si è allenati per mesi. E da quel momento di “fuori-giri” ripartire da capo, da zero, per essere meglio di prima. Chiunque abbia giocato, ha vissuto questo momento, almeno una volta nella vita. Quindi perché fischiare il campione quando questo succede a lui? Per quale strano motivo, per quale recondito refuso ha ancora un senso fischiare un campione come Djokovic se sbatte la sua racchetta a terra con forza? A noi, onestamente, questa ragione sfugge. Anche perché alla fine, chi ha vinto, è stato proprio il serbo.