Giovedi 8 Dicembre

Da Balotelli a Cassano: i ribelli e le mele marce

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La differenza fra ribelli e mele marce in questo calcio italiano

Essere ribelli significa avere spirito di sacrificio e una buona dose di cultura e coraggio. Essere ribelli significa possedere una dote che di questi tempi sembra essere definitivamente scomparsa: l’altruismo. Essere ribelli, oggi, è parecchio difficile e molto complicato. Ecco perché è facile, in questi anni, confondere le mele marce coi ribelli.

LaPresse/Alfredo Falcone

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E di differenza, fra una mela marcia e un ribelle, ne passa parecchia! Quando Balotelli era in procinto di indossare la maglia del Milan per la prima volta, dopo avere “oltraggiato” quella nerazzurra, il presidente rossonero Berlusconi disse a chiare lettere che non avrebbe gradito Balo in rossonero, perché era una “mela marcia”. A conti fatti, aveva ragione al 1000 per 1000. Mario, che non è più Super da “mò”, si è sempre curato dei suoi cappellini, delle sue sneakers, dei suoi occhiali da sole, del suo look; del suo “lato” calcistico, invece, Mario se ne è sempre fottuto, alla grande. Così come se ne è sempre fottuto dei suoi compagni, dell’impegno, dei risultati. Quest’anno era tornato al Milan, si diceva dovesse spaccare il mondo. Ha finito la stagione con 1 gol all’attivo in serie A. Un solo misero gollonzo.

LaPresse/Valerio Andreani

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E questo sarebbe un ribelle? Lasciamo stare. Andiamo oltre. Andiamo al mare, a trovare un altro “ribelle” del calcio odierno: Cassano. Anche lui, per l’ennesima volta, ha tradito. È arrivato alla Samp contro il volere di Zenga, voluto invece da tifosi e presidente. Il risultato? 2 gol all’attivo, e la solita, banale, insulsa, odiosa lite con la dirigenza. Questa volta con l’avvocato Romei. Ennesima cassanata di un Cassano 34enne. Per questo, riteniamo, ancor più imbarazzante. E questo sarebbe un ribelle? Lasciamo stare. Andiamo oltre. Essere un ribelle è cosa difficile. E prevede l’esempio. Che Guevara, ribelle per antonomasia, fu di esempio per i suoi combattenti: era sempre presente, era sempre il primo, era sempre “nel gruppo”.

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Così come Maradona, ribelle del calcio, che portò il Napoli (il Napoli) a vincere lo scudetto in un’Italia che vedeva vincere sempre e solo Juve-Inter-Milan. Maradona era amato dai suoi compagni, e lui fece di loro degli eroi senza tempo. Maradona era amato dai tifosi, e lui li fece diventare campioni d’Italia. Maradona era un ribelle, e portò il Napoli a scardinare i vertici di un calcio italiano abituato da troppo tempo alle stesse facce. Questo, è un ribelle. E di ribelli questo calcio avrebbe tanto bisogno. Le mele marce, invece, meritano di marcire da sole, nel buio del loro sterile e inutile egocentrismo. Magari continuando a scattarsi dei selfie.