Lunedi 5 Dicembre

Champions League – La storia non si ricorda degli sconfitti, ma “la mia fede sarà per sempre Rojiblanca”

La finale di Champions dalla prospettiva degli sconfitti: cosa vuol dire essere, tifare, respirare “Atleti” all’ombra del Real Madrid

LaPresse/Daniele Badolato

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Luci a San Siro” diceva una vecchia canzone. Le luci dei riflettori, dei colori, della gioia, di bandiere, cori e felicità del popolo del Real Madrid. Le luci che impietose mostrano al mondo intero la delusione, la rabbia, le lacrime che solcano calde e inesorabili il volto dei tifosi dell’Atletico. Perdere una finale fa sempre male. Perdere la finale di Champions è una cicatrice che ti porterai dentro per sempre. Perdere la finale, di Champions, ai rigori, è qualcosa di indescrivibile. Lo sanno tremendamente bene i giocatori e i tifosi dell’Atletico Madrid che ieri notte a Milano, hanno perso la seconda finale di Champions negli ultimi 3 anni, nel derby contro gli odiati cugini del Real. Una sconfitta che brucia non soltanto per il rigore sbagliato da Griezmann nel secondo tempo, per il gol di Ramos in sospetto fuorigioco o per aver giocato alla pari con i “Galacticos“.

LaPresse/Daniele Badolato

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È una sconfitta che fa male per quello che rappresenta. Due realtà diverse di vita: Colchoneros i Materassai, soprannome dell’Atletico dovuto alle “povere” divise ricavate in passato dai fondi dei materassi, contro “Merengues” la parte ricca di Madrid, il Real, con i loro abiti bianchi, puliti, perfetti. La centralità del potere della squadra “Real” del re, contro le radici dell’ “Atleti” che si legano alla storia basca e al soprannome di “Indios”, paragone con gli indiani d’America per la vicinanza al fiume Manzanarre come una tribù. L’idea di calcio che contrappone il talento dei vari Ronaldo, Bale, Rodriguez, pagati a peso d’oro, al “Cholismo” la filosofia di Simeone basata sul sudore, il sangue e la tattica, nella quale si è un gruppo, si vince e si perde insieme ma mai senza lottare.

LaPresse - Daniele Badolato

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La sconfitta di ieri sera fa male, malissimo, ai tifosi bianco-rossi, arrivati di nuovo ad un passo dalla “Primera“, la prima Coppa dei Campioni della storia del club, ma che hanno visto di nuovo, per l’ennesima, undicesima dannata volta i rivali del Real Madrid alzare la coppa. Resta solo l’orgolio al popolo dei Colchoneros, quelli della minoranza quelli che quando ero piccolo nella mia classe eravamo in 24, 23 tifavano Real Madrid, io no. Io ero dell’Atleti” (Fernando Torres).

Tifoso Atletico MadridUn’immagine riassume la serata di ieri: un vecchietto, che avrà vissuto diverse “drammatiche” stagioni dell’Atletico da tifoso, ieri si è inginocchiato allo stadio. San Siro come una cattedrale, il calcio come una religione, l’Atleti come una fede. Al gol di Ramos avrà rivolto qualche preghiera a Dio, al rigore sbagliato da Griezmann avrà fatto di tutto per non perdere la speranza per poi esplodere al gol di Carrasco. Non può andare sempre bene al Real, non di nuovo, non questa volta. I rigori poi sono una lotteria, il calcio non è una scienza esatta e spesso le finali le vince chi è più abituato.

LaPresse/Reuters

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Ronaldo dal dischetto come una sentenza: il giocatore più odiato, più temuto e meno brillante di tutta la serata fa gol. Rete decisiva, copertine, foto e luci per Cr7 e il suo Real.

LaPresse/Daniele Badolato

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Lacrime e delusione per l’Atleti, con quel signore fermo li, immobile a pregare ancora. Chi e cosa non lo sappiamo. Sappiamo il perchè. Perchè la storia la scrive chi vince e anche se per gli sconfitti non c’è spazio, “la mia fede sarà per sempre Rojiblanca, qualsiasi cosa accada“.