Sabato 3 Dicembre

La classe operaia va in paradiso

I 3 allenatori “senza orpelli” che guardano la classifica dall’alto

Fra lotte all’ultimo cachemire e contratti da nababbi, alla fine del girone d’andata, in vetta alla serie A, siedono 3 allenatori che sembrano la dimostrazione, realistica e veritiera, che “la classe operaia” può andare in paradiso. Ecco chi sono questi 3 uomini “tutti d’un pezzo”.

LaPresse/Gerardo Cafaro

LaPresse/Gerardo Cafaro

Maurizio Sarri, politicamente scorretto (finalmente!), uno che canta fuori dal coro delle tante messe cantate e purtroppo già conosciute; uno che è nato là dove non batte ricchezza e che la sua carriera l’ha costruita con lavoro e risultati; Sarri che litiga con Mancio, e per dirgli che troppo cachemire, troppi cappottini e troppi tagli di capelli troppo curati non sono molto da campo di calcio, cerca di riassumere il suo concetto usando un aggettivo che oggi non si può più pronunciare perché non va più di moda, mentre a Oronzo Canà tale termine era permesso e faceva pure ridere tutti gli italiani quando pronunciato. Ma si sa, il mondo cambia e le mode anche. Maurizio Sarri che dirigeva gli allenamenti estivi della sua squadra abbinando futuristici droni aerei a primitivi raffreddamenti muscolari in fredde acque di torrenti. Sarri, uno che la classe operaia ce l’ha nel sangue. Uno che sovrappone la tuta da allenatore 2016 a quella di metalmeccanico anni 70. Sarri, sigaretta, strategia. Il suo Napoli ha dimenticato con gioia il paonazzo e problematico Rafa per gettarsi nelle rarefatte arie dell’alta classifica, cercando di non soffrire di inutili vertigini. Sarri, comandante senza paura, che quando indica la direzione, tutti lo seguono senza aver dubbi.

LaPresse/Daniele Badolato

LaPresse/Daniele Badolato

Massimiliano Allegri, portuale di Livorno, città nata per accogliere galeotti da tutta Italia e fondata su leggi non scritte ma ancòrate nella durezza del mare. Max, che il Milan dei colonnelli rifiutò perché convinto che “si doveva vincere e vinceremo” Salvo che poi, salutato Max, i rossoneri sono ancora alla ricerca dell’allenatore in grado di farli non dico vincere ma almeno uscire da una palude che sembra essere ormai senza fine. Max che arriva alla Juve del dopo “Conte Dio in Terra”, e che accolto da fastidio e intolleranza, come un sacco da boxe, incassa e non ritorna i colpi presi. Con calma, lavoro, ostinazione, Allegri prende nelle sue mani i bianconeri e li porta alla vittoria, ancora, fra lo stupore di tutti, e a capo di questi tutti il Dio in Terra Conte. Non solo. Da buon livornese, Max, convinto dei suoi mezzi che non han bisogno dei vari Messi, allena la Juve fino alla finale di Champions contro i blaugrana. E in finale, non sfigura affatto. I suoi 11 escono a testa alta dalla sfida, applauditi dal pubblico. In estate sembrava utopia immaginare qualcosa del genere. Chiedere a Conte per conferma. La classe operaia, si diceva all’inizio. Prendete la bella Juve di Antonio e toglietele i 3 personaggi principali, i 3 principi: Pirlo – Tevez – Vidal. Rimangono gli operai, vestiti di bianconero: operai della Fiat. Eppure, con questa forza operaia, Allegri, grazie ancora al suo lavoro e ad un profilo basso, ricostruisce il sogno. E in questi giorni la Juve di Max ritorna lassù, nell’alta classifica, dove osa volare chi lavora con passione.

LaPresse/Jennifer Lorenzini

LaPresse/Jennifer Lorenzini

E infine Paulo Sousa, dalla zazzera rivista e corretta, dalla Juve alla Fiorentina, dal campo alla panca. Il Paulo Sousa che correva lentamente a centrocampo coi lunghi capelli bagnati di sudore ora siede e comanda l’undici viola. Quello che era considerato l’erede di Falcao è oggi visto come l’erede di Pep. Portoghese, preparato tatticamente come pochi altri nel suo ruolo, è riuscito a trasformare il bruco fiorentino in una farfalla dalla splendida livrea. La sua carriera da allenatore inizia circa 8 anni fa, e sembra essere decollata verticalmente proprio a Firenze. La sua Fiorentina esprime un gioco veloce, consistente, bello da vedere e vincente. Possesso palla. Pressing altissimo. Movimenti degni del meccanismo di un orologio svizzero. Il lavoro di Sousa in questa squadra è stato veramente eccezionale. I giocatori in campo si muovono all’unisono. E la forza del bel Paulo si nota anche nel rapporto con i media: Sousa è sempre misurato, gentile, acuto. E si esprime in un italiano che fa invidia a molti suoi colleghi italiani. Questo è Paulo Sousa, uomo nato da famiglia di origine contadina, nel centro del Portogallo, dove armonia e affetto contavano più di soldi e inutili lussi. E dove i valori del “focolare domestico” si stampano a fuoco nella mente e nel corpo. Forse, se la Viola oggi vola, è merito anche di quel focolare portoghese.
Sì, a conti fatti, sembra proprio che la classe operaia possa finalmente godersi il paradiso.