Domenica 4 Dicembre

Il signor Kobe: esempio, insegnamento e classe

LaPresse/Reuters

L’addio del “signore degli anelli”: Kobe Bryant saluta per sempre il suo amore

Quella canotta lì, con quei colori lì, era difficile da indossare. Perché era pesante. Molto più pesante di una canottiera normale. Molto più pesante delle canottiere normalmente usate dai giocatori NBA. Una canottiera gialla. Meglio: gialla e viola. La canotta dei Lakers. Mica paglia. Mica pizza e fichi. Mica male! Tipo che un giorno ti alzi dal letto e sai che quel giorno dovrai indossare per la prima volta la divisa della più forte squadra di basket del pianeta. Perché questo, in fondo, è proprio quello che è successo a Kobe Bryant. Che quel giorno sapeva che si sarebbe messo addosso un gran bel pezzo di storia.

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Una maglia stracolma di successi e di campioni. 16 titoli NBA. E prima di lui nomi del calibro di Jerry West, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul-Jabbar, Earvin Magic Johnson, Bob Mc Adoo, James Worthy, Kurt Rambis, Jamaal “Silk” Wilkes, e altri ancora. Abbastanza da far tremare le gambe a tutti. O almeno a chiunque sappia qualcosina di basket. Lui, Kobe, di pallacanestro ne sapeva parecchio, visto che suo padre era stato un ottimo giocatore. Quindi Kobe sapeva che Kareem aveva inventato il gancio cielo, che Magic era la forza motrice dello “showtime” losangelino, che Wilt era stato il più forte centro di sempre, che Rambis era il coraggio portato fra i canestri, che West era lo stile da imitare, e non solo sul parquet. Kobe lo sapeva, quel giorno del 1996, cosa avrebbe dovuto indossare. Lui che aveva iniziato a giocare in Italia seguendo i palleggi del papà fra Rieti e Reggio Calabria e che poi, a 18 anni, nel ‘96, saltando a piè pari il college, irrompe improvvisamente sul palcoscenico cestistico di Los Angeles, scelto dai Lakers, insieme a Shaquille O’Neal. Da quel giorno, Kobe, quella pesante canottiera l’ha portata, onorata, esaltata. Per 20 anni. Mica poco. 5 titoli vinti. Il terzo in classifica per prolificità dopo Jabbar e Malone. 26 punti a partita. Quasi 5 assist a match. Più di 5 rimbalzi a incontro. Più di 32.000 punti in carriera. Ricapitolando, in sintesi: 20 anni, 32.000 punti, 5 titoli. E mai uno screzio, mai un’alzata di voce, mai un comportamento antisportivo. Caro Kobe, che esempio! Che insegnamento! Che classe! Grazie, Kobe. Della tua signorilità, del tuo senso sportivo, del tuo amore per il basket che hai trasferito ovunque nel mondo. Grazie a te il mappamondo oggi è un po’ più colorato d’arancione; è un po’ più “a spicchi”. Solo un gentleman come te, solo un poeta del basket come te, solo un vero signore dalla classe immensa quale sei, poteva congedarsi dalla pallacanestro, e da tutto quello che hai vissuto e giocato, scrivendo un poema d’addio. Solo tu, Kobe, potevi far questo. Qualcosa di alto. Di inarrivabile. Di irraggiungibile. Come spesso eri tu, sul parquet, quando avevi fra le mani quella palla a spicchi di colore arancio. Love you Kobe! Always.