Martedi 6 Dicembre

Il playground è vita: ecco dove nasce il vero il basket

Ogni campo da basket ha le sue regole non scritte. Come la vita

La forza del playground è che le regole le stabiliscono i giocatori stessi. Non ci sono arbitri fissi, non ci sono giudici né giurie, non ci sono tabelloni elettronici a ricordare il numero di falli che grava sui giocatori. Il playground è “vita”, “libertà”, “anarchia”. Anarchia nel senso più alto del termine.

earl the goatDove la libertà di ognuno finisce automaticamente dove inizia la libertà degli altri. Il playground: un rettangolo di cemento, due canestri spesso senza retìne, i limiti del campo, segnati da vernice consumata, mandàti a memoria dai giocatori. Il playground è “gioco”. C’è sempre un pallone. Portato democraticamente sul campo da un qualcuno che il più delle volte rimane anonimo per non alimentare voci di “favoritismi” una volta in gioco. Il playground è “selezione”. Si arriva in “zona”, si entra dalla rete di accesso che ne delimita i confini cittadini, ci si mette a giocare “mollemente” tirando a canestro, cercando di evitare di mostrare agli altri giocatori i propri colpi migliori, ma, allo stesso tempo, mettendo in risalto alcune delle proprie caratteristiche vincenti, così da colpire l’attenzione di chi poi deciderà le formazioni che si affronteranno. Ci si mette in mostra, ma non troppo.

connie the hawkIl playground è “saper vendere sé stessi”. Il pallone rimbalza, i tiri si susseguono, iniziano i primi terzi tempi, i giocatori si scaldano. i garretti zompano. Le mani frustano. Gli occhi spiano. Il playground è “studio”. Si schierano i quintetti. E le riserve si siedono sul cemento. Chi non è stato selezionato, si trasforma in pubblico non pagante. In pochi attimi il playground si trasforma nel Madison Square Garden. Il playground è “spettacolo”. Inizia la partita. E con la partita inizia il fine gioco di comprensione delle regole non scritte del playground nel quale si sta giocando. Ogni campo ha le sue leggi. E le sue tarature. Se e quando è fallo lo decidono anni e anni di partite e di decisioni quotidiane. C’è il playground più “dolce” e quello più “cattivo”. Lo si capisce nel giro di 10 minuti al massimo. E ci si deve adeguare. Inutile continuare a chiamare inutilmente fallo: nessuno ascolterà. Il playground è “velocità”. Il pallone viaggia veloce, schizza, rimbalza, vola. Viene nascosto da abili mani o schiacciato da potenti braccia. Il playground è “esibizione”.

fly williamsSi può essere a Venice Beach a L.A., al Rucker Park di NYC o al campetto sotto casa: quando si dice playground si dice la storia del basket, quella storia del basket da strada che ha fascino da vendere e eroi da raccontare. Eroi che portano nomi, cognomi, ma soprattutto soprannomi: Richard “Pee Wee” Kirkland, Anthony “Half Man – Half Amazing” Heyward, Julius “The Doctor” Erving, Connie “The Hawk” Hawkins, Earl “The Goat” Manigault, James “Fly” Williams. Il playground è “leggenda”. E il miglior libro scritto sulla leggenda del playground è questo: The City Game, scritto da Pete Axthelm.