Sabato 3 Dicembre

Storie di mitici telecronisti: Bruno Pizzul, da improbabile figlio dei fiori a possibile replicante

Lapresse - Omar Abd el Naser

Dai Mondiali di Germania 1974 agli Europei francesi del 2000, una sola inconfondibile voce ad accompagnare le gesta dei calciatori, quella del mai “passato” Bruno Pizzul

Ogni volta che lo vedo penso sia un replicante. Anzi, ne sono convinto: quello che vedo oggi in tivù non è Bruno Pizzul, ma una sua replica fedelissima, in tutto e per tutto. Non può essere Bruno. È impossibile. Impossibile perché Pizzul divenne telecronista nel 1969. Sì, avete letto bene: 1969. Tempo di rivoluzioni: studentesche, sessuali, musicali. Anni fatti di zampe d’elefante, capelli lunghi, amore libero. E Pizzul, in quei tempi così ribelli che fa? Si iscrive a un concorso per telecronisti, nella RAI di allora. La leggenda vuole che Bruno Pizzul, nel mesozoico 1970, sia già in Messico a raccontare per gli italiani i Mondiali di Calcio. Seguiranno, nel corso dei decenni, avvenimenti più o meno storici che gli italiani ricordano essere stati commentati dalla voce inconfondibile di Bruno Pizzul: mondiale tedesco del 1974 (Germania Ovest contro Germania Est), Argentina ’78 (la Francia senza magliette e quei 45 minuti di ritardo da riempire a parole), il 29 maggio 1985 (quei 39 morti del settore Z all’Heysel, una ferita mai suturata), la finale dei rigori a Pasadena (la voce incrinata sull’errore di Baggio), la finalissima di Rotterdam contro la Francia a Euro 2000 (il maledetto Golden Gol), e ancora gol, passaggi, parate, rigori. Tutto molto bello, come ama dire Pizzul. Tutto molto bello, davvero. Ma non mi inganni, caro Bruno. Hai iniziato a parlare di calcio durante la fantastica primavera del 1969. Devi per forza essere una replica. O no?