Venerdi 9 Dicembre

Quando la storia del ciclismo era “dentro” le biglie da spiaggia

Storie di corridori, di scalate e di ciclismo dentro le biglie da spiaggia con cui nonni, figli e padri si affannavano a giocare

Peccato non ci siano più. Stiamo parlando delle biglie. Quelle da spiaggia. Coi ciclisti sopra. Qualcuno se le ricorda? Sfere di plastica, metà trasparenti e metà colorate. Sulla metà trasparente, a sottolineare la superficie corrispondente al diametro, c’era la foto di un ciclista, in primo piano, con tanto di nome e cognome del campione. Per giocare con le biglie serviva fare una pista, un percorso, una “tappa” con la sabbia bagnata. Subito dopo, ogni bimbo, ragazzo, padre, nonno che partecipava alla “gara” sceglieva il suo campione, e di conseguenza il suo colore di biglia. E da lì in poi, ad ogni tocco delle dita che spingeva poeticamente la biglia e il campione sempre più in là verso l’arrivo, il gioco delle biglie era, per chi partecipava, la possibilità concreta di vivere un sogno, di essere per qualche tempo “il campione”, di rivivere qualche tappa storica del Giro d’Italia o del Tour de France, di vincere qualche volata allo sprint, come nelle grandi classiche, o di trionfare per distacco, come nelle “corse del Nord”. La fusione “partecipante” – “campione” – “biglia” era totale. Tant’è che, nelle infuocate discussioni post-gara, i vari Marco, Loris, Ivan e Mirko diventavano per qualche ora Moser, De Vlaeminck, Basso, Merckx. Peccato non ci siano più, le biglie coi ciclisti. Erano un valido strumento di conoscenza, in grado di tramandare, con la leggerezza della sabbia, la storia del ciclismo.