Sabato 3 Dicembre

Nel post Tour de France: le Roi Nibali, un campione aldilà della vittoria

LaPresse/Reuters

Vincenzo Nibali arriva quarto e fuori dal podio al Tour de France 2015, ma l’orgoglio italiano del messinese lo fa comunque affermare come un campione sulle strade francesi della Grande Boucle

Sei davvero nel gotha del ciclismo internazionale se vinci un grande giro, un appuntamento a tappe che ti immortala nell’immaginario collettivo: facile intuire quindi che sei un grandissimo se appartieni a quel gruppo ristretto di campionissimi che hanno trionfato in tutte e tre le più importanti corse a tappe. E il nostro Vincenzo Nibali, orgoglio nazionale e rappresentante di un ciclismo onesto fatto di passione e pura dedizione alla bicicletta, fa decisamente parte di questo gruppo ristretto (sono in 6 e fra loro c’è anche l’italiano Felice Gimondi), avendo vinto la Vuelta a España nel 2010, il Giro d’Italia nel 2013 e il Tour de France nel 2014.

LaPresse/REUTERS

LaPresse/REUTERS

Lo squalo dello Stretto classe 1984, si è quindi avvicinato al Tour de France 2015 da defending champion, desideroso di affermarsi ancora come il più forte, mettendo a tacere quelle voci altamente stupide che lo volevano trionfatore l’anno prima per aver sfruttato soprattutto la sfortuna e le cadute degli avversari più accreditati, che giorno dopo giorno cadevano come birilli e si auto eliminavano. Ma se la fortuna è componente fondamentale in ogni disciplina sportiva, purtroppo quest’anno la malasorte si è accanita contro Vincenzo, rendendo il suo Tour15 in salita già dalle prime tappe.
Poche strategie, poca tattica, solo o soprattutto cuore, quel ciclismo fatto di scatti improvvisi e che infiamma il pubblico: sulla tappa più dura di quest’edizione della corsa francese sulle Alpi a La Toussuire, si è preso la sua rivincita risalendo fino al quarto posto in classifica generale, staccando gente del calibro di Valverde, Contador, Quintana e una maglia gialla leader indiscussa, Froome, che se la prende con lui per le tempistiche dell’attacco sulla penultima tappa delle Alpi, quella in cui attacca quando mancano 60 km al traguardo, accusandolo di mancato fair play per aver provato un allungo proprio mentre il keniano bianco aveva problemi meccanici. Strano che il giorno dopo all’Alpe d’Huez proprio la sfortuna si ricordi ancora una volta di beccare Nibali, con una foratura ai piedi della salita crack di questo Tour de France e dove “sportivamente” nessuno dei migliori lo aspetta, con il colombiano Quintana anzi a dare man forte agli attacchi intenzionato a strappare senza successo la maglia gialla dalle spalle appunto di Froome. Il ciclismo è anche questo, perché allora perdersi in banali chiacchiere?

LaPresse/Reuters

LaPresse/Reuters

Incredibile come in Francia fossero in tanti a tifare per Nibali, sfatando il mito sportivo della scarsa simpatia reciproca fra Italia e Francia, incitandolo ad affermare il ciclismo bello, quello pulito che piace, con un odio sportivo a tratti esagerato nei confronti di Froome che ha rasentato spesso il cattivo gusto: sulle salite per il campione britannico infatti sono volati spesso insulti, gesti inequivocabili e perfino un bicchiere di pipì. Sarà per i sospetti doping sollevati dai media, sarà per le opinioni di Laurent Jalabert, ma questo Froome proprio ai cugini francesi non piace. Per l’italiano i tanti motivi di sconforto di questo Tour de France si tramutano con la vittoria alpina in parziali sorrisi, e se lui dedica la sua tappa alla famiglia, a se stesso e all’Italia tutta, il rammarico per le cadute, i minuti presi in salita nelle prime tappe, il crollo sui Pirenei, una preparazione forse sbagliata che puntava a una condizione al top nell’ultima decisiva settimana ma ha trascurato e sottovalutato le vitali prime due, purtroppo rimangono e difficilmente possono essere cancellate da una vittoria bellissima a Le Toussuire, ma pur sempre di tappa e a classifica compromessa.

LaPresse/Reuters

LaPresse/Reuters

Qualcosa sembra essersi rotto definitivamente inoltre con la Astana: già nella seconda tappa dopo un prologo che aveva fatto ben sperare, Vincenzo si è trovato fra ventagli e cadute, finendo per lasciare più di un minuto e mezzo agli avversari e con i propri compagni di squadra dispersi. Il Mur de Bretagne, la cronosquadre, la mazzata dei Pirenei, sono state ulteriori prove che il Tour2015 non sarebbe stato quello della riconferma, senza la giusta squadra a supportarlo (come successo ad Aru invece al Giro). Ha terminato il Tour quarto nella generale, poteva e doveva essere almeno podio.
Facile a questo punto mollare la presa, vivacchiare fino a Parigi, alzare bandiera bianca e dire adieu, magari puntando sulla Vuelta o su un cambio di team a fine stagione. Invece lo squalo dello Stretto di Messina non ha mollato, ha martellato, ha spinto, tanti saluti a Froome, a Contador, a Valverde, un attacco da lontano e la voglia di stupire ancora, perché non porterà a casa il suo secondo Tour ma un campione si vede sulla linea del traguardo, un luogo dove il DNA di Vincenzo Nibali lo vede sempre e comunque con le braccia alzate al cielo.